—Ci siamo intesi, monsignore. Io mi reco nella città e spero condurre le cose a quel termine che debba soddisfare tutti. Solamente prego vostra grandezza di accordarmi di poi un momento di colloquio segreto, di cui forse abbisognerò, per favori di che io, abate di Cluny, debbo particolarmente supplicarvi.

—Il vostro volere si farà.

E sì dicendo il duca si alzava, e il parlamento finiva.

IV.

Tebani, ei grida in suon tremendo, Argivi,
Dal reo furor cessate. Armati in campo
Prodighi a nostro pro del sangue vostro
Scendeste voi: fine alla pugna ingiusta
Porrem noi stessi, in faccia vostra, in questo
Campo di morte.

Alfieri—Polinice.

Io non saprei propriamente dire di quale piglio l'iracondo e superbo principe Gisulfo accogliesse le dure proposizioni del duca Roberto. Basti sapere che mancò poco i legati, perocchè Alberada aveva seguìto l'abate, non avessero a patire di quei crudeli sgarbi che il priore di Lacedonia, a barba del dritto delle genti, usava fare ad oratori impertinenti e malaccetti. Fu loro salvaguardia la lettera che papa Gregorio a Gisulfo mandava, onde comandargli che ad accordi qualsiansi discendesse; da poichè egli dava sua parola che tutto avrebbe regolato in seguito con equità e prudenza, se allora gli era forza piegare alle circostanze. E se Gisulfo non trascese, e' fu altresì perchè egli aveva spiccati oratori al pontefice a fin d'indurlo a intramezzarsi con Roberto per la pace o a soccorrerlo di modo qualunque. Acerbamente non per tanto rispose, ed ogni proposta rigettò come infame. Ugone non si scorò ai primi urti che terribili anch'egli aveva preveduti da un carattere focoso e fiero. Cominciò quindi per dargli ragione, per piaggiarlo; finì con ridurlo ad una considerazione chiara sullo stato della città, spoverita di viveri e di coraggio, e su quello dei suoi soldati, mancanti d'armi e pochi di numero. E Gisulfo convenia sopra tutto. Però quando gli accennava di rendersi, e' si ribellava ad ogni ragione, ogni patto, anche modesto ed onorevole, rifiutava. In guisa che l'abate disgustato stava quasi per desistere dall'impresa, allorchè un mezzo gli sovvenne, decoroso e non fabbro di ruine.

—E non vorreste voi dunque, monsignore, disse l'abate, non condiscendereste voi che questa lite si decidesse per giudizio di Dio?

—Vale a dire? dimanda Gisulfo.

—Vale a dire che, in lizza chiusa, uno o più campioni longobardi contro uno o più campioni normanni definissero la bisogna. Se i Normanni avessero la fortuna di vincere, la città sarebbe loro consegnata, senza più armeggiare, nella maniera stessa che se l'avessero levata di assalto: se vincessero i Longobardi, come io ho fiducia nella misericordia dei santi, l'assedio sarebbe tolto e tutto restituito alla calma prima che tra la grandezza vostra ed il duca Roberto esisteva. E con tal fatto gran numero di vite sarebbe risparmiato, la città non manomessa, e forse tutto alla meglio aggiustato.