—Ma, messer duca, lo interrompe Sigelgaita, cosa mai di peggiore potrebbe toccare al fratel mio se la sua sorte commettesse alla fortuna delle armi?

—Cosa potrebbe toccargli? Uditeci bene, madonna, e voi altresì Ugone abate di Cluny; perchè gli è bisognevole che voi sappiate la nostra volontà pienamente. Se la città ed il principe di Salerno si ostinano a tenerci occupati a questo assedio, noi facciamo sacramento che di qui non muoveremo se non quando non ci resterà più una mazza d'armi per percuotere le mura, un pugnale per uccidere i nostri nemici. E quando, col favore di monsignor Gesù Cristo e del santo barone del Gargano—cui facciam voto di offrire due candellieri d'oro del peso di venti libre—quando abbiamo presa la città, questa sarà data prima per otto giorni a saccheggiare ai soldati, poi bruciata tutta, ed il suo suolo arato e seminato di sale. I cittadini verranno lasciati alla taglia ed alla libidine dei soldati in loro piena discrezione di ucciderli o farli schiavi, di tenerli seco o venderli ai corsari di Africa. Il principe Gisulfo infine, e coloro della sua corte e della sua famiglia, a noi arrendendosi, saranno mandati a purgare le loro peccata in qualche chiostro; togliendo noi la città di assalto, verranno tutti sgozzati come animali immondi, ed appesi dai piedi ai residui merli delle mura. Questo è il pensamento che noi facciamo sulla città di Salerno, sui suoi abitanti, e sul suo principe, madonna.

—Della città e dei cittadini farete come vi aggrada, sclama superbamente Sigelgaita: il suo principe poi, messer duca, sa bene come i principi disgraziati debbano morire per non cadere in mano dei loro nemici. Se egli l'obliasse, io provvederei; e voi, monsignore, voi non potreste che insultare il suo cadavere—se io non fossi.

—Tanto meglio per lui e per la sua fama « risponde Roberto trascuratamente. » L'ultimo articolo infine che aggiungerete, monsignor di Bovino, gli è che, innanzi tratto, affinchè non fossero di modo alcuno trafugati o nascosti, vogliamo a noi consegnati gli oggetti di oro e di argento ed ogni maniera di pietre preziose che nella città si trovano, onde compensare gl'interessi degli Amalfitani nostri alleati, pagare delle spese della guerra il principe di Capua ed il priore di Lacedonia, ed i soldati soddisfare. Questa è la volontà assoluta ed irrevocabile di Roberto, duca di Puglia, di Calabria e di Sicilia.

—Monsignore, mormora dimessamente l'abate di Cluny, io non saprei con questi patti quali accordi potessi ottenere.

—Peggio per voi, messere. Non pigliate equivoco però sulle parole, perchè noi non diamo, nè dimandiamo accomodamenti, ma leggi—e leggi quali più umane possono dettare i vincitori ai vinti.

—A questo stremo non è ancor giunto mio fratello, messer duca, ripete disdegnosa Sigelgaita.

—Se non vi è giunto vi giungerà, risponde Roberto pieno di calma. Gli è per questo che vorreste dormire meno placidamente le vostre notti, madonna, e lasciare ad arrugginire la vostra spada nel fodero?

La duchessa tacque, ma i suoi sguardi scintillavano come quelli della tigre.

Rispose l'abate di Cluny: