Il domattina, all'ora di terza, nella vasta sala dove si ragunavano i monaci a capitolo, tutto era apparecchiato per l'augusto mallo, che il papa, come capo della cristianità, si lusingava poter tenere egualmente che l'imperatore d'occidente. Tre disposizioni preliminari il principe Gisulfo aveva creduto provocare dal cancellier-presidente onde meglio si fosse sicuri della giustizia che nel placito si sarebbe serbata.

Primamente, che oltre le dignità ecclesiastiche fino a quella di priore, ed alle laicali fino a quella di castellano o valvassore, non si permetteva a chicchessia intervenire all'adunata se non fosse per particolarmente far atto di accusa o di difesa contro i due giudicabili; da poichè gli uomini della condizione di Roberto Guiscardo e del priore barone di Lacedonia dovevano aspettarsi di essere giudicati da loro pari.

Secondo, che i membri del placito vi si potessero recare a piacimento scoverti o imbacuccati nei loro cappucci; onde, sia che accusassero, sia che difendessero, niuna ragione d'interesse individuale per odio o benevolenza, e nessun pungolo di tema o di gloria, l'inspirassero; le quali accuse e difese potevano profferire o con la voce con le scritte.

Infine, che ciascheduno metterebbe in un'urna il suo voto, designando con dado bianco l'assoluzione, con dado nero la condanna, giusta il codice longobardo in voga anche presso i Normanni.

Posti questi tre articoli, il giudizio si dispose. Giudizio arbitrario ed illegale, perchè gli sculdaschi, ossia i giudici, giudicavano ed accusavano nel tempo stesso, ed i rei niuno aveva chiamati alla difesa. Ma perchè il principe Gisulfo se ne era costituito campione, avvegnachè il principe non potesse dirsi assai istruito dei fatti, nè vigoroso del pari nell'intelletto come nel braccio; il papa si credette autorizzato ad aprir questo placito. Egli operava così perchè Roberto Guiscardo, ricevuta investitura dei suoi Stati da Niccolò II si era dichiarato vassallo della Chiesa, in egual modo che il priore lo era per lo spirituale; perchè egli usava del diritto di difendere gli oppressi contro i potenti, e come capo dei cristiani chiamare alla ragione i feudatari, che a niuno potere inchinavansi quando gl'imperatori tanto distavano dalle loro provincie; perchè la grande idea di sottrarre non solo gli ecclesiastici al dominio laicale, ma questo sottomettere a quello, faceva un passo di più, giudicando così possenti baroni; perchè infine a tal punto lo aveva tirato dei capelli il suo cancelliere, ed un simulacro di giustizia appariva nel loro comportarsi. Cosichè non stettero a pensarci sopra neppur tanto, ed il placito s'intimò.

A terza dunque, come si è detto, tutti trovavansi pronti nella grande sala del capitolo. Le porte del monistero si chiusero, onde niuno di fuori venisse a sturbarli. Innanzi ad un grande tavolo di legno di quercia sedeva il cancelliero di papa Alessandro, con la testa scoverta, severo e sereno. Presso di lui stava un'urna per raccogliere le tessere, il codice longobardo, ed il calamaio con pergamene. A fianco di lui il principe Gisulfo, scoverto del pari, con una manopola di ferro innanzi. Negli stalli del capitolo ed in altri seggi appositamente quivi allogati sedevano gli ecclesiastici ed i baroni. Alcuni ravviluppati in grandi cappe co' becchetti tirati infino agli occhi, altri con celate in testa e visiere calate; tal che per sola congettura alcun di loro si poteva ravvisare. Il lume delle finestre (a vetro colorato, et gypso, talco, come dice Leone Ostiense, bellamente lavorate), era stato temperato con tendine di seta. Tutto inspirava solennità luttuosa.

Quando furono accolti, le porte serraronsi e vi si apposero a guardia quattro labardieri. Il cancelliere allora si ginocchiò per invocare lumi di giustizia dallo Spirito Santo. Gli altri baroni ne seguirono l'esempio. Ciascuno pregò in segreto per un istante, poi tutti silenziosi si riassisero ed il cancelliero volgendosi verso uno degli stalli della destra, con maestà disse:

—Campione della Chiesa, la parola è a voi.

E lento lento da uno di que' stalli si alza come un'ombra un uomo strettamente involto nel mantello e tirasi in mezzo alla sala. Qualcuno pensò che colui fosse l'abate Desiderio in persona, altri il celebre Amato. Noi propendiamo pel primo. Egli dunque stava per favellare, allorchè gli sorge da canto un cavaliere chiuso nell'elmo e parla:

—Con la vostra sopportazione, bel sere, ancora un momento. Le querele del papa giungeranno a migliore proposito dopo ciò che io dirò.