—La malattia di Goccelino intanto volgeva al peggio, ed egli stesso credeva di aver contratta la peste in Oriente. Però non nudriva alcuna speranza di vita. Un giorno che più grave sentiva avvicinarsi l'ora fatale, risolve scrivere a suo padre ed a suo suocero onde dimandare loro perdono. Così fa, e le lettere partono per due vassalli che il barone spicca.

Suo suocero lo aveva da lungo tempo perdonato—chè anzi non aveva mai concepita veramente collera contro di lui, perchè anch'egli credeva Bertradina colpevole, e braccheggiava dietro a Cuno, dentro Roma sicuro e despota, per vendicare la seduzione della figlia. Bonizone, giunto alla sua ora finale, agonizzava. Aveva presso di sè chiamato Cuno, onde non passare al cospetto di Dio così sconfortato e deserto di ambo i figliuoli. Cuno si era recato per dare al padre la benedizione dei moribondi. La pietosa lettera di Goccelino arriva, li commove entrambi. Bonizone lo benedice e spira.

—E la ragazza? dimanda la principessa di Salerno.

—La ragazza di Bertradina fu salva da Bonizone. Questi però non volle tenerla presso di sè, sia che anch'egli credesse colpevole Cuno, sia che gli premesse allontanare ogni memoria del vituperio. Aveva quindi chiuso in un forzierino d'ebano il libro di ore di Bertradina, vi aveva aggiunto una lettera d'invio della bambina, fatta da pubblico tabellione di Soano, e l'aveva mandata a Cuno a Roma, per mezzo di un pellegrino che si recava a Nostra Signora da Loreto e che aveva tolta la missione di portarla. La fanciulla però non vi giunse e corse voce che quel romeo l'uccidesse al colmo di mezzanotte, e del grasso fecesse prezioso unguento pel male di luna.

—Oh! lo scellerato! sclama la principessa.

—E ve n'han tanti! dice l'abate. Cuno rese dunque gli ultimi ufficii a suo padre, e si accinse a viaggio per le Calabrie, onde, se fosse a tempo ancora, rinconciliarsi con l'illuso fratello, o ringraziare il barone Giselberto e sua figlia della carità cristiana largheggiata al pellegrino. I vassalli del barone gli tennero da guida.

—E rivide il fratello?

—Sì. Goccelino non era morto; chè anzi, mercè le amorevolezze di Alberada e le mediche cognizioni di lei, riacquistava la salute e di giorno in giorno volgeva alla convalescenza. Il barone non meno della figliuola gli prodigò cure. Ma come lo vide mettersi sul meglio, lo lasciò intero alla sapiente carità di Alberada, ed intese tutto alle cacce ed ai banchetti cui e' grandemente amava.

—Il resto si prevede, dice Baccelardo,

—Ahimè, troppo, continua l'abate. La giovinetta passava lunghe ore al governo dell'infermo, il quale, cominciandosi a riavere, raccontava maravigliose storie di terra santa, e la pietosa iliade dei suoi viaggi. Bella, ingenua, vereconda, lo ascoltava quella fanciulla, e sovente versava lagrime di pietà. Dio la benedica. Dio conforti lunghi anni quella pia, che io ebbi ventura conoscere ai suoi giorni felici! Ah! non mai resterò dal piangere l'involontario male che io le feci.