Il sire di Marigliano sorride, ed a volta sua alzando la spada, la si vede corruscare per aria come baleno, la si ode sibilare e piombare sul manico d'acciaro con la forza di un mangano. Ed una parte della mazza era caduta da un lato del ceppo, l'altra dall'altro, messa in due, netta come se fosse stata di neve.

I giudici applaudiscono al colpo poderoso, e la plebe grida forte: alleluia, alleluia! quasi avesse voluto adular quel signore. Del che il conte Pietro adirato manda a dolersi col principe Gisulfo; e questi ordina che fossero presi trenta di que' sciagurati e frustati, da poichè e' non erano scesi nell'arena onde sollazzar la marmaglia e togliere applausi da lei, ma per far generosa prova di chi meglio avrebbe difesa la patria.

Il conte Pietro, che si era veduto umiliato da Astolfo, lo sfida alla lotta. E' si credeva certo di vittoria, perciocchè statura gigantesca aveva e membra robuste a petto di Astolfo, piccino anzi che no, e segaligno. Il sire di Marigliano resta un istante titubante alla sfida. Ma poscia, arrovetando la faccia, per solito pallida, accetta, e senza pigliare indugi si cava il giubettino, e si colloca in positura di aspettare l'assalto del nemico. A quell'inatteso spettacolo i commissari ed il popolo si alzano per meglio osservare. Ed in fatti il conte Pietro, vestito come si trovava di ferro, si avventa sopra il sire di Marigliano per ghermirlo dal collo, sollevarlo da terra, fargli perdere ogni equilibrio. Astolfo, al primo assalto, sfugge il pericolo avvinchiandosi alle braccia di lui e lotta di polsi onde ridurlo ad indietreggiare. Ma il conte sta fermo. Anzi gli restituisce tal urto, che il meschino va a cader supino due passi lontano. La sconfitta di Astolfo però è avvertita appena, tanto sollecitamente risorge dal terreno e in piedi si mostra a fronte al conte. Questi, confortato dal primo pegno di vittoria, ritorna per aggavignarlo dal collo. E vi riesce, e lo solleva circa otto pollici dal terreno. Astolfo allora sentitosi a quelle strette, gli si attorciglia ai fianchi con le braccia, gl'involge le gambe tra le gambe, e per tal modo lo stringe alla cintola che a poco a poco si vede il conte Pietro allascare le braccia, la faccia da prima s'impallidisce, poi colorasi a rosso, poi addiviene paonazza, poi livida, infine si annerisce come la vôlta di un camino, strabuzza gli occhi, il sangue gli rompe dalle narici e dalle orecchie, si spezza in due, e cade resupino con Astolfo sul ventre.

E questi così fittamente si era attaccato al conte Pietro che le sue braccia sembravano immedesimate nel corpo di lui. La corazza si era avvallata sotto la pressione delle braccia, la spina dorsale si era rotta, il conte Pietro era morto.

Cotal terribile prova fa restar tutti mutoli: e già si prevedeva che il sire di Marigliano sarebbe stato il campione per combattere contro il Normanno. Imperciocchè e' sembrava impossibile potersi dar saggio di vigoria maggiore dei due che Astolfo ne aveva dati.

Egli si ritira alla tenda, dove aspettavano gli altri tenitori della giostra, ed il corpo di Pietro conte di Atenolfo è menato via dall'arena.

Gli araldi annunziano Baccelardo duca di Puglia e di Calabria. Perchè questi siffattamente facevasi chiamare, agognando sempre ricuperare gli Stati del padre suo Umfredo da Roberto usurpati.

Entrò nella lizza Baccelardo vestito di gabbano di velluto scarlatto, avendo in una mano pennoncino dello stesso colore, e dall'altra uno stocco lungo e sfilato somigliante tutto ad uno spiedo. E subito appresso a lui vennero quattro scudieri, che menavano grosso toro nero con la testa bendata, ed un cavallo leardo rotato, svelto, lungo, vispo, che andava saltarellando dietro al palafreniere come un levriere. Baccelardo vi salta sopra e comanda agli scudieri di ritirarsi.

Egli allora si accosta alla bestia, si piega sul destriero, e con l'elsa a croce dello stocco le strappa la benda. La luce del sole che lo colpisce negli occhi fa restare il toro come stordito. Guarda il popolo imbiettato nello steccato con torvo e lento sguardo, fiuta il terreno, e con le zampe comincia a gittarselo alla pancia. Baccelardo prima fa sventolargli innanzi del muso la banderuola rossa, poi lo punge al fianco con lo stocco. Il toro mugnola ferocemente e non si muove. Il cavaliere lo torna a tribulare in più parti con punture e gli fa ripassare avanti agli occhi il rosso pennoncello. Ma anche questa volta la bestia si contenta di far udire cupo muggito e pestare dei piedi l'arena.

—Per l'anima mia! sclama Baccelardo, che torpido codardo animale!