E di bel nuovo forte lo punzecchia. Allora il toro tutto ad un tratto dà un salto dal lato dove egli si trovava e gli va sopra. La presta cavriuola che il giannetto spicca lo sottrae dal colpo cui giusto nel bel mezzo del petto il corno formidabile aveva diretto. Baccelardo fugge per lo steccato, sempre agitando la rossa banderuola, ed il toro lo insegue. Infine questo si ferma e Baccelardo gli torna sopra ad aizzarlo. E la belva novellamente ad inseguirlo sordamente, orribilmente muggendo, ed egli a novellamente fuggire. Ma come il cavaliere si fu accorto da quel muggito sordo e profondo, e dallo scintillare dell'occhio, arroventato come carbone ardente, che il parossismo del furore del toro toccava l'apice, e' si ritragge verso la porta, dove stavano già presti gli scudieri, con le lance arrestate per difendersi, e di un salto scendendo di cavallo lo consegna loro. Quest'operazione fu l'affare di un minuto. Pure il toro, che all'altra estremità della lizza lo puntava, incontanente gli corre addosso e si trovarono l'uno a fronte dell'altro. Baccelardo adesso non solamente non si ritrae, ma gitta lo stocco da un lato. Il selvaggio animale lo fulmina prima di uno sguardo, indi piega la testa per menargli terribile cornata. E di questa certo fuor fuori lo avrebbe passato e slanciato a morir lontano sulle teste degli spettatori, se egli non si trovava lesto a profittar di quella sfavorevole positura. Salta da un lato, afferra il toro di una mano per un corno, sì che lo costringe a ritorcere la testa, dall'altra per la coda irrequieta. Orribili ad udirsi furono i mugghi della belva così disquilibrata e resa inabile ad usar di sue forze. Perciocchè, chiunque una volta ha veduto una Corrida de toros sa, come a tutto disadatto sia questo in quella situazione, e quali erano las cositas che Pacquito Montes soleva fare per las sinoritas di Andalusia, ed io gliele vidi fare. Infrattanto sforzi spaventevoli metteva la fiera onde raddrizzare il capo, e palleggiarsi sulle corna l'ardito giovane; costui però, puntando, soda ed inchiodata la teneva, e di un occhio feroce dominava ed affascinava il sanguigno suo sguardo. Baccelardo allora descrive un mezzo giro, costringe il toro, sempre in quella attitudine, a seguirlo, lo trascina per l'arena fino innanzi alla tribuna dei commissari. E come si è colà, mentre della mancina se lo teneva la testa sommessa, con la destra gli scarica in un baleno fra le due corna cotal pugno con la manopola di ferro, che l'animale dà in un grido feroce ed a terra stramazza. Baccelardo tira quindi il pugnale, sottile come uno spillo, e fra le due corna glielo caccia.

Tutti allora gridano: al miracolo, al miracolo; è uno stregone!! E le donne segnatamente cominciavano a far delle croci a furia e sclamavano: ecco il diavolo: Iesus Maria! vedete là il diavolo.

In effetti, elleno non avevano torto. Dappoichè sull'impalcata che copriva la tribuna dei commissarii, tutto ad un tratto si vede rizzare un essere singolare, fino allora rimastovi accosciato. Colui aveva piuttosto l'aspetto di satiro che di uomo. Della persona era basso, scarno. I patimenti, e forse il digiuno, avevano consumato di sopra le sue ossa ogni adipe, ogni succo inutile. Però egli era altresì restato asciutto ed ossuto per modo, che i suoi tendini ed i suoi muscoli gli si disegnavano sotto la pelle abbronzata, come in certi s. Bartolomei che sogliono fare i pittori, per istomachevole e truce edificazione dei fedeli. Il collo aveva toruto; la mano lunga, stecchita, grandissima. Della faccia poi non distinguevasi gran cosa. Non aveva che un dito di fronte e le livide labbra scoverte di pelo, tutto il di più era irsuto di setolacce rossigne, folte e lunghe, che scomposte gli piovevano sul petto—non escluso il naso piccino alzato della punta verso la fronte. La quale fronte, bassa e stretta, circondava a guisa di zona bianca, lenticolata, la testa piatta e schiacciata come quella dei Samoiedi. In una parola, incarnava colui la figura di quel pittore, il quale rimproverò il Caracci di non saper dipingere animali, ed in animale dal Caracci fu ritratto, come nel museo napolitano si può vedere.

Solo spiccatamente risaltavano in quel deforme capo due occhi turchini, che vibranti e lucidi, quasi due fiaccole nel fondo di buia caverna, rutilavano nell'orbita; poi i denti bianchissimi che guarnivano una bocca, la quale fendeva la testa orizzontalmente in due parti disuguali. Perocchè, tutto al rovescio degli altri uomini, costui aveva corta altrettanto la metà del volto dalla bocca alla fronte che lunga dalla bocca al mento.

Ei vestiva un giubbetto di cuoio di bufalo bollito, dall'attrito raspato il pelo, dall'orgia e dall'incuria maculato in guisa da sembrare screziato come il manto della tigre. Poi un paio di brache, anche di cuoio di bufalo rattoppate di fresco a pelle di capra non rasa dei peli. Alla cintura non portava arma, tranne il pugnale.

Costui era Laidulfo lo Zanni.

Laidulfo aveva veduto il prodigioso colpo di Baccelardo, ed il toro atterrato. E' si lascia scorrere, della testa in giù, lungo uno staggio che serviva da pilastro alla tribuna, e come un gatto salta nello steccato. Ognuno pensò che, se colui non fosse davvero il diavolo, non poteva mancar di essere per fermo una belva che si avventava alla bestia uccisa per divorarla. Imperciocchè Laidulfo in due salti è sul toro, ed afferratolo dai piedi, con gioia feroce comincia a trascinarlo per la lizza. E' lo trasse fin presso la porta di rincontro ai giudici. Dove essendo giunto, con ambo le mani apprese ai piedi di dietro, sale sul parapetto di difesa che circondava il recinto, solleva di terra la smisurata bestia, e principia a dondolarla, a guisa di campana, a dritta ed a mancina. Indi mette uno sforzo spropositato e la scaglia parecchi passi lontano da lui. Ciò fatto dà novellamente un salto grottesco nell'arena, si slancia sulle palizzate dall'altro lato, e dispare in un momento, come un momento solo era durato l'apparizione e l'opera sua.

E la plebe che lo aveva riconosciuto e che per un suo eguale simpatizzava, rompe ogni riguardo e grida bravo, alleluia! Questo è il campione che si voleva, viva Laidulfo il pazzo, Laidulfo il buffone!

L'araldo interrompe le clamorose ovazioni, ed annunzia monsignor Alfano arcivescovo di Salerno ed il principe Gisulfo.

I nostri lettori si ricorderanno senza dubbio con quali parole la sera dell'orgia si separassero questi due signori, e come l'arcivescovo, poeta famigerato ai tempi suoi e in seguito, fusse stato offeso bestialmente dal principe. Non appena quindi un pochino di raggio dell'alba si mise nella camera di Alfano, che tutta la notte, malgrado il vino non aveva potuto chiuder pupilla, chiama a sè il suo maestro di palazzo e manda a pregare Baccelardo si volesse compiacere a lui venire. Al che, come Baccelardo ebbe obbedito, Alfano lo supplica di recarsi incontanente in nome di lui, arcivescovo di Salerno, a sfidare il principe per quella mattina, a primo transito o a tutta oltranza, secondo a lui fosse gradito. Baccelardo gli fece da prima gravi osservazioni. Però il prelato essendosi mostrato duro, gli fu giuoco forza portarsi ad intimare la sfida. E Gisulfo, che uomo di cuore era, l'accetta senza punto esitare, e decisero che si sarebbero battuti quella mane stessa, nello steccato della prova.