Infatti montati ambedue sopra superbi cavalli e coverti di piastra e di maglia entrano nella lizza. I loro scudieri portavano lance e rotelle. I preliminari dell'abbattimento non furono lunghi. Convengono subito che si sarebbero battuti fino che l'uno non fosse morto, o non avesse dimandato mercè. Si situano quindi l'uno di rincontro all'altro, avvegnachè lo steccato non fosse interamente atto a quella pugna, perchè corto, e mettono in resta le lance dopo aversi attaccato al collo gli scudi. Il maestro del campo fa suonare la tromba, e l'uno sull'altro si rovescia. La prima corsa di lancia è fatale al principe: perocchè la sua scivola sull'elmo di acciaro dell'arcivescovo, il quale piegandosi, la schiva, e si va a piantar nel terreno. L'asta di costui poi si rompe sul petto del principe dopo avergli forata la rotella e la corazza, attraversata la maglia, e sfiorato alquanto le costole. Gisulfo resta saldo sul cavallo: animosamente si tira dal petto il mozzicone, e riprende la lancia che il suo scudiero gli presenta. Novella lancia è data altresì ad Alfano, ed ai loro posti ricollocansi. La seconda corsa è pure a disvantaggio di Gisulfo: dappoichè egli fracassa l'asta sua sullo scudo dell'arcivescovo; questi lo colpisce di tal poderosa maniera sulla corona principesca, sormontante la celata, che rotte le gorgiere, lo fa percuotere delle spalle sulla groppa del cavallo, e spiccar sangue dalle narici.

Il principe di Salerno sbuffava di modo orrendo così due volte umiliato dall'offeso prelato. Si riprendono novelle lance, e si situano per cominciar la terza corsa. Questa fiata però la fortuna è diversa. L'asta dell'arcivescovo lambe il collo del principe, sguizzando sulla polita spalliera, e va a ficcarsi nell'estremo della groppa al cavallo; quella di Gisulfo passa Alfano da parte a parte dal petto, lo ribocca, spezza le cinghie della sella, gli fa perder le staffe, e sollevandolo di peso così infilzato, trascorre l'arena, trascinato dal cavallo furioso per la ferita, e va a gittarlo sotto la bigoncia dei commissarii.

Un grido di applausi fragoroso sbocca quasi involontario da ogni banda. Gli spettatori giudicano unanimemente doversi a lui la palma della vittoria.

Il misero arcivescovo intanto mormora le prime parole di quei versi memorabili di Orazio: Quo pius Eneas, e muore—muore quale aveva vissuto, valoroso cavaliere più che costumato ecclesiastico, fedele fino all'ultimo respiro alla poesia, ad Orazio, al centenario Falerno, che avevan formato la sua delizia invece della Bibbia.

Allora i giudici si riuniscono per decidere a cui spettasse l'onore della pugna del domani contro il normanno campione. E primo il sire del castello di Corneto si volge all'abate di Cluny per dimandargli del suo parere. Ma l'abate, che si trovava sotto il dominio del suo incubo sin dall'aprirsi della lotta, fraintende, e risponde:

—Il mio parere è che si seppellisca codesto arcivescovo, il quale è morto da gagliardo dopo aver vissuto da epicureo. Ed egli è ben mestieri che sappiate non intendere io per epicureo i settatori di quella dottrina severa che stabiliva il filosofo di Samo, di cui l'eloquente ed imaginoso Lucrezio sclamava: Deus ille fuit, qui princeps vitæ rationem invenit eam quæ nunc appellatur sapientia; ma quella sozza ed invereconda dottrina che professarono di poi i discepoli suoi, e che Orazio, Petronio e Marziale cantarono, e che la Chiesa condannò per canonizzare la sapienza del divino Aristotile. Ed avvegnachè i precetti sublimi dello Stagirita sembrassero talora eterodossi, perchè come il fulmine nasconde la sua luce nelle nuvole, quel filosofo nasconde la sua sapienza tra le tenebre della parola; non pertanto i santi Padri della Chiesa han convenuto, che niuna dottrina meglio si addice alla santità dell'evangelo, i cui proseliti, al dire di s. Giovan Crisostomo, son chiamati fedeli, affinchè mediante il disprezzo del ragionamento umano, alla grandezza della fede si elevassero. Io sovente ho meditate queste sante parole, e della predestinata incomprensibilità di Aristotile mi son persuaso. Pure non resterò mai dall'indagare cosa mai quell'onnipossente intelletto intendesse con l'entelechia e l'univocazione dell'essere. Conciossiachè quel principio impalpabile, incorporeo, etereo non ho saputo giammai conciliare come mai possa essere essenza della forma, ed il constituente dei corpi da cui ricevono organizzazione. Da poichè se è canone di logica che dat nemo quod non habet.....

E molto Ugone avrebbe seguitato a dire. Ma gli altri quattro commissarii, che vanamente avevano aspettato cavare un construtto da questa cantafera, e che fosse infine venuto ad una conchiusione sul fatto del campione, si tediano, e lasciandolo lì a predicare, si tirano da un lato per giudicare la bisogna fra di loro. In effetti, dopo alquanto di squittinio, e' decisero che:

« Al principe Gisulfo sarebbe toccato l'onore del combattimento per la città di Salerno e le terre dipendenti dal principato, come quegli che nella nobile lutta ogni altro aveva superato in vigore. Però essendo stato egli ferito, ancorchè lievemente, ed essendo la pugna di gravissimo peso, il suo posto si destinava al cavalier Baccelardo, il quale non meno ardito e forte si era addimostrato.

IX.

Voi imbottate come pevere:
I' vo bevere ancor mi.