—Vi ringrazio, buone lance. Io son venuto a pigliar l'aria per sgomberarmi di un disgraziato mal di capo che mi tormenta; non vorrei riattizzarlo col vino.
—Baie, padre riverendo! Il vino è quel diavolo, che, entrato in casa, caccia via tutti gli altri. Non si dia molestia perciò, e lo creda a me che non ho usato mai di altro rimedio in mia vita fuori di questo.
—Beverò dunque una sorsata, non fosse che per farvi piacere, risponde Alberada, a patto però che accettiate una minuzia per vuotarne un fiaschetto di Procida; ma di quel che morde l'ugola e sganghera le ganasce con l'aiuto di Dio.
—Per santa Cunigonda!.... perdono, padre! non vi faremo dolente perciò. Ma berlo adesso che dobbiamo fare la guardia.... eh! quel dannato di vino azzanna, ed il minor pericolo che potremmo correre e' sarebbe di capitombolare dalle mura laggiù fra quei beccastecchi normanni.
—Se tutto il dubbio resta qui, bevete pur lieti e dormite, chè veglierò io; perchè il fresco del mare sento che va alleviandomi lo spasimo.
—Che ne pensi tu, Raspacalici, eh?
—Io penso che una coppa di vino rifiutata è una porta di paradiso chiusa. E tu, Strangolafrati?
—Senti, Raspacalici, ti ho detto che non voglio esser chiamato più così, e te lo ripeto l'ultima fiata: perchè te lo giuro pel mio santo battesimo, che un'altra volta ti manderò la parola nella gola con una pugnalata. Mi pare che non parli latino io. Or dunque, accettiamo i soldi del padre ed applichiamo l'ubbriacatura pel bene dell'anima sua.
—E tu, mastro coniglio, non saresti dello stesso avviso?
—Dominus vobiscum! io mi son confessato ieri mattina!