—Fuggi, Guiberto, fuggi sollecito in nome di Dio! chè da un momento all'altro non saresti più a tempo. E tu, abate di Cluny, uomo fino ad ieri senza macchia, vergógnati e péntiti di essere disceso al mestiere del sicario.
A queste acerbe parole, Ugone, che sempre era stato buono ed onorato, si sente commuovere. Il suo fallo gli salta agli occhi spaventevole, si vede vituperato da tutta Europa, gli sembra udir raccontare il suo tradimento per tutte le corti, sente strapparsi fino dal sangue l'epiteto di virtuoso attaccato al suo nome, e conciossiachè anche in quell'azione condannevole e' fosse stato spinto da pietà per qualcuno, nell'anima s'intenerisce, nel volto si copre di rossore, e cadendo al ginocchio di Guiberto sclama:
—Perdono.
Quest'atteggiamento, questa sola parola profferita di accento pietosamente solenne e profondo, tutto rivelano a Guiberto. E leggendo altresì negli occhi di Alberada l'ansia paurosa che la divorava, e nel sembiante abbattuto di Boemondo, vergognoso dell'onta del padre suo, tutta l'urgenza, tutta l'estensione della cosa, alza il pugno armato della manopola di ferro onde percuotere l'abate sul calvo capo. Poi tutto ad un tratto ristà, si ferma un istante a guardarlo in quel supplice atto, stringe la mano a Boemondo, le gote gli bacia, e voltosi ad Alberada:
—Partiamo, sclama, Roberto Guiscardo udrà presto notizie di me.
—Parti tu, fuggi sollecito, Guiberto, risponde Alberada smaniosa; ricórdati quanto Roberto sia scaltro, Ildebrando terribile—fuggi, ti raggiungerò.
—Dove? quando? non saresti ancora tu in pericolo, Alberada?
—Non pensare di me, che vivo sicura sotto l'egida di legato. Non arrestarti nei paesi d'Italia, dove il potere del papa e del duca è illimitato; varca i monti. Ti raggiungerò in Germania. Ma presto, in nome di Gesù! fuggi presto; potresti essere inseguito.
Guiberto si getta al collo di Alberada, le dà lungo abbraccio, e parte.
Allora l'abate di Cluny le si volge e dice: