—Da quel santo che era, insiste il campione, Leone tenne qualche motto ai principi longobardi. Ma conoscendo questi baroni come i Normanni fossero ostinati nel proposito, e tenaci nelle loro risoluzioni, persuasero il papa che senza niente affatto avvilirsi a pregarli di carità verso i vinti, si volgesse all'imperatore Enrico.
—Il consiglio era eccellente, dice un membro dell'assemblea, perchè l'imperatore, mal doveva tollerare che nei suoi Stati si andasse levando gigantesca una dominazione novella, di uomini non mai sazi di guerre nè mai pieghevoli.
—Proprio così, ser cavaliere, soggiunse il campione. Ond'è che Leone si recò in Germania, ed Iddio fe' trovar varco alle sue parole nel cuore di Enrico il nero, il quale con settecento gendarmi alemanni lo rimandò in Italia.
—Così, li avesse mandati all'inferno! mormorava taluno; quei saccomanni vennero a desolare l'Italia.
—E non furono i soli, replica Baccelardo perchè in Italia Leone fece altre cerne di truppa ed accozzò esercito numeroso, alla cui testa si mise egli in persona da condottiero.
—Sì; Leone si mise alla loro testa per addolcire i mali della guerra, continua il campione. Però, udendo i Normanni di quella tolta di laici e chierici che il papa loro voltava contro, gli mandano ambasciadori, simulando pentimento e voglia di soddisfarlo all'intutto. Ma gli oratori normanni non sanno di tanto mascherarsi da accecare Leone. Talchè il sant'uomo, inasprito dall'insolenza di quei venturieri, che piccoli della persona e segaligni si davano in volta boriosi per conquistare il mondo, cavalca su quel di Civitade in Capitanata il 18 giugno 1053. I Normanni ridotti allo stremo di viveri e disperati per la troppa disuguaglianza di forze, si trovano costretti accettare l'abbattimento.
« Sire Iddio » sclama allora un cavaliere « giuro ammazzarti di mia mano dugento Saraceni, se ci dai di mandare al diavolo questi bricconi di papalini ».
—E l'uomo che così giurava, soggiunge Baccelardo, era Roberto Guiscardo. E gli altri a loro volta giurarono:
« Regina Maria di Lacedonia, facciamo voto di darti tante messe nel tuo priorato, quanti di questi mariuoli del papa ognuno di noi ucciderà ».
—Gli è proprio così, ser cavaliere, » disse, continuando, il campione della Chiesa. « Il conte Umfredo comandava i Normanni. Papa Leone celebra la messa nel mezzo dei suoi alloggiamenti, dà una grossa benedizione alla sua truppa, e la schiera nella pianura, separata dai Normanni per non difficile colle. Questi lo accolgono primi. Ed a vero dire forse la pugna si sarebbe risoluta per quei della Chiesa, se quel dannato di Guiscardo non avesse fatto suonare le trombe, e non si fosse precipitato sugli Svevi con truppa fresca e disperata. Lungamente si martellano di colpi, intrepidi gli uni, feroci gli altri. Infine gli Alemanni cominciano a piegare, sono rotti e si volgono alla fuga. Roberto gavazzando nel sangue come tigre, li segue tagliandoli ai garretti, li uccide tutti finchè uno solo non ne resta. A quello spettacolo terribile Leone IX inorridito si dà a fuggire ancor egli, e cerca asilo nella fortezza di Civitade. I Normanni ve lo assediano ed ai cittadini propongono o la resa o andar tagliati a pezzi.