Indi chiude il foglio, lo lega con un nastro, lo suggella del suo anello stemmato—e la lettera parte all'istante.
III.
Rex sum, si ego illum hodie hominem ad me allexero.
Plauto—Penulo.
L'arcivescovo di Ravenna giunse a Roma, ma non sì presto com'egli se lo aveva immaginato; perocchè gli fu d'uopo permanere alquanti dì nella sua vasta diocesi per darvi sesto agli affari. Se ne sbarazzò però quanto più presto e quanto meglio potè, ed i primi che avanzaronsi a salutarlo a Roma al suo arrivarvi furono il vescovo di Bovino e Cencio figlio di Stefano, prefetto della città. Cencio tornava anch'esso da Benevento—messo segreto a Guiscardo di parecchi baroni romani.
Guiberto arditamente, per mezzo del cardinale Ugo Candido, già col papa sgustato a cagione delle acerbe parole dettegli al ritorno della legazione di Spagna, mandò a significare a Gregorio che gli venisse a far riverenza, come a segretario dell'impero. Ildebrando nulla rispose all'audace dimanda. Ma fu tale il rimproccio di che fulminò il cardinale, il quale voleva così umiliarlo, che questi si alienò da lui compiutamente, e divenne il suo più tenace nemico. Ed il partito poderoso che osteggiava il papa dell'acquisto si rallegrò.
Intanto Gregorio si arrovellava del non poter pigliare misura alcuna contro Guiberto. Gregorio era potente, ma di forza morale, ma con la parola; la quale in quel secolo paventavano e riverivano tutti, meno gl'Italiani. Imperciocchè, se la lontananza nei popoli settentrionali rozzi e superstiziosi tornava il pontefice eguale a Dio, verun riguardo ne tenevano coloro che gli stavano più d'appresso, e ne sentivano troppo il peso e le passioni di uomo. Per modo che, non avendo egli altra forza temporale che quella dei baroni del patrimonio di San Pietro, e questi in maggior parte per sua severità voltiglisi contro o spiattellatamente o di nascosto, non avendo altra truppa che quella della divota contessa Matilde, ora occupata parte contro Guiscardo, parte nelle sue terre contro i vassalli dell'arcivescovo di Ravenna (perchè Guiberto comprese subito essere necessario un centro di rivulsione, e non perdette istante a levare in armi i numerosi suoi baroni), non potendo contare sui Romani, gente mutabile, indocile di chiericale dominio, orgogliosa, ed al suo prefetto obbediente, alla nobiltà divota; Gregorio si trovava sprovveduto di qualunque forza, tranne le scomuniche, cui temeva generalmente il mondo cristiano, ma deridevano ancora molti. E fra questi ardimentosi potevansi annoverare i Normanni ed il lor duca Roberto, i Francesi, l'arcivescovo di Ravenna, i Romani, e tolti in massa gl'Italiani tutti. Si arrogeva di più che per Guiberto favoreggiavano altresì i partigiani di Cencio.
Non bisogna veramente prestare intiera fiducia al canonico Paolo Bernriedens, scrittore della vita di Gregorio, ed al frate Lamberto Schafnaburgense, autore di cronache, perchè entrambi nemici petulanti di Enrico, e perciò appunto devotissimi a Gregorio. Questi due storici dipingono Cencio discolo uomo, perduto, facinoroso, un pendaglio da forca, di ogni scelleratezza vaghissimo, di ogni bruttura maestro, caporione di quanti ribaldi numerasse la città. Cencio aveva favoreggiato per l'antipapa Onorio II; alzata una torre a cima del ponte San Pietro, per riscuoter pedaggio da chiunque di quivi passasse, e perciò tenuto prigione alquanto tempo da Cinzio prefetto della città di allora. Ecco i torti di questo ardito giovane il quale, a vero dire, non vivendo nè meglio nè peggio degli altri baroni e gentiluomini di quei secoli, sapeva condursi con giudizio per sè, nel corrotto e nell'anarchia dei tempi. Di prosapia vetusta e nobilissima, di carattere robusto ed avventaticcio, si era messo a capo dei nemici d'Ildebrando; e perciò a costui esoso, e due volte scomunicato. I nobili romani, avversi al papa, lo avevano mandato a Guiscardo onde patteggiare aiuti, risoluti com'erano di sgabellarsene ad ogni modo. E Guiscardo, astuto altrettanto che temerario, aveva accennato accostarsi dal loro canto, dove che l'imperatore li secondasse. Aveva perciò rimandato Cencio indeciso di sua condotta futura, ed al vescovo di Bovino, invitato dal Ravennate, aveva date istruzioni segrete ma positive, ad ogni costo temperanti, conciossiachè già delle scomuniche fulminategli nel concilio di Roma e dell'esercito che si mandava ad osteggiarlo sapesse.
Cencio possedeva parecchi castelli dentro Roma. In uno di questi ospitò Guiberto, e quivi si aperse officina di progetti e di attentati contro Gregorio. Ripulso la prima volta, Guiberto aveva fatti novelli tentativi per avvicinarsi ad Ildebrando. Perocchè egli non era vesano al segno da non comprendere che un giorno o l'altro il pontefice avrebbe trionfato. E se corrotti dal donneare e dalla frega dei dissidi aveva i costumi, nell'anima nudriva sempre sentimenti generosi e blandi. Che perciò, malgrado dure fossero state le risposte di Gregorio e talora anche proterve, egli non rifiniva di inculcare ai suoi moderati partiti, e misure piuttosto adatte a piegare il pontefice e ritorcerlo da quel suo fatale sistema di riforma e di dominio. L'arcivescovo però malamente conosceva la tempra dei nemici d'Ildebrando; e' s'illudeva nel potere degli uomini e del tempo onde rimuover costui dai suoi propositi. Il vescovo di Bovino, Cencio, ed il cardinale Ugo Candido si unirono a consiglio una sera e si appigliarono al partito che non passerà guari e vedremo svilupparsi.
La mattina 24 dicembre 1076 una specie di belva faceva petulanti instanze nelle anticamere del palazzo di Laterano volendo essere ammesso a Gregorio, adducendo dovergli comunicare di gravi cose.