—Altrimenti puoi andar via, s'interrompe Gregorio pacatamente, perchè dei tuoi segreti non curiamo nemmanco una buccia di porro.
—Dici da senno?
—Galantuomo! ricordati con chi parli perchè l'hai di già troppo spesso dimenticato.
—Ed io aveva costui in concetto di grand'uomo! sclama fra sè Laidulfo grattandosi lentamente il cocuzzolo. È la prima volta che debbo confessare che sono davvero un imbecille, come tutti mi dicono.
—Non hai dunque inteso? I tuoi segreti non vogliamo sapere. Se essi riguardano la nostra persona, non potrà per fermo accaderci più o meno di quello che vuole Iddio: se toccano le opere nostre o d'altrui, noi confidiamo nelle nostre forze, nella giustizia nella provvidenza del tempo. L'uomo semina gli eventi, Dio li matura. Va via.
—Ascolta; tu rispondi così perchè ti figuri che io voglia vantaggiare per me: vivi in errore. Quando avrai saputo di che si tratta mi dirai: Laidulfo, tu sei l'uomo più modesto di questa terra. Se io dimando mercede al servigio, gli è perchè ciascuno deve vivere del suo ingegno, e perchè la mercede ho trovata già. Del resto, io sono uomo di coscienza: agisco sempre così, e mi metto sempre sulla misura del premio e del servizio. Io non cangio sistema. Non hai voluto sapere dei miei segreti? Peggio per te. In questo mondo si vende tutto, dall'anima alla corona, dall'onore ai vecchi cenci; troverò chi li compri, e chi sappia profittarne. Ricordati solamente, papa Gregorio, che ti ho profferti i miei uffizii.
—Sta bene: ritirati.
—Dimmi solo se sei fermo nel tuo proposito di rifiuto.
—Fermo.
—Ed è l'ultimo tuo pensiero?