—Ancora?

—Ancora—e devi rendermi mercè che così temperato io mi sia nelle voglie. Se ti avessi dimandata la tua temuta tiara, se ti avessi domandato le tue due famose chiavi, se ti avessi richiesto del cranio degli apostoli, tu avresti dovuto prender tutto e darmelo, ed ancora in debito mi saresti restato.

—Ma in nome di Dio! cosa è dunque che tu vuoi dire?

—Ah! non hai ancora capito? Voglio essere vescovo d'Oria, di Parma, dell'inferno insomma, di dovunque; ed in compenso ti svelerò una coppia di segreti, che tu dovresti dare tutto quanto il tuo ponteficato e due terzi dell'anima per saperli.

—Ah! non si tratta che di questo?

—Se non t'importa saperli, io ti reputo un semplicione, avvegnachè tu sappia tanto dentro nel latino e nei santi Padri, ti saluto e vado via.

—E codesti segreti che riguardano?

—Eh! eh! mastro Ildebrando, mi hai dunque in conto di tanto gonzo che io ti dica così degli affari miei? Se fo lo scimunito, gli è perchè mi ricordo della storia di un certo monsignor Bruto, così mi pare che si chiamasse, il quale faceva da cappellano in casa del vescovo di Roma san Tarquinio. Ebbene, diceva il mio maestro che costui un giorno...

—Sappiamo il resto.

—Meglio per te, perchè il resto veramente io l'aveva già dimenticato. Dunque se tu vuoi sapere i fatti miei, devi darti adesso la fretta di venirmi a consacrar vescovo, e ti dirò tutto fil filo; altrimenti...