Fuggì pure Laidulfo.

Il pontefice tra le ovazioni del popolo era stato ricondotto a Santa Maria Maggiore. E benchè gravemente ferito sulla fronte e nel braccio, con tranquillità imperturbata di spirito, con solenne maestà, che cento tanti lo faceva comparire più grande del consueto, perdona i suoi nemici, canta il Te Deum per render grazie a Dio di sua liberazione, ringrazia il popolo di commoventi e soavi parole, e finisce di celebrare le tre messe. Rientrava in fine al suo palazzo di Laterno, allorchè gli si fa incontro Baccelardo che, reduce di Germania, sulla via della quale noi lo lasciammo, recava pressanti notizie. Egli si presenta a Gregorio e gli dice:

—Sire papa, venite al vostro gabinetto ed udrete. Io trascuro di spazzolarmi la polvere, trascuro confortarmi di cibo; la mano di Dio vuol provarvi.

LIBRO QUARTO
IL CONCILIO DI ROMA

I.

Canc mais tant nom plac iovenz
Ni pretz, ni cavalaria,
Ni dompnets, ni druderia.

Folchetto da Marsiglia.

Gli è tempo ormai di vedere un po' più da presso Enrico IV, di cui qualcosa abbiamo accennato innanzi, e di cui più spesso dovremo favellare in seguito.

Pochi principi al pari di lui han suscitati più sdegni e spirito di parte, lasciando dir tanto e tanto diversamente di sè. Su di costui hanno pesato i più severi ed i più amari giudizii, le calunnie più infami, i soprusi più codardi; nel tempo stesso che elogi molti gli si fecero per nobiltà di maniere, per generoso sentire, per prodezza in guerra, magnanimità e fasto principesco. Una storia senza passione di Enrico ancora non avvi, perchè a lui si annette grande lite, ed il mutamento che subì la constituzione civile del mondo. E questo mutamento è tale, che le odiosità, anche adesso, non sono ancora cessate, sebbene i tempi e per gl'imperatori di Lamagna, e pei pontefici non fossero più gli stessi. Noi esporremo i fatti, ed i nostri lettori giudicheranno secondo l'indole loro. È storia questa che narriamo, e senza collera, senza affetto, senza passione veruna la narriamo—Io parlo per ver dire. Chi con la storia conserva broncio, salti questo capitolo.

Enrico IV, alla morte del padre Enrico III il Nero era restato fanciullo di cinque anni, sotto la tutela della madre Agnese, e la direzione dei vescovi. L'imperatrice si abbandonò tutta al vescovo Enrico di Augusta. Ella gli abbandonò il governo, e taluni dissero anche la persona. Sia come vuolsi, il favorito stomacò i principi di Lamagna per la sua strabocchevole ambizione e tirannia, e questi, unitisi a consiglio, primi gli arcivescovi Annone di Colonia e Sigofredo da Magonza, trassero dalla loro molti altri e decisero di sottrarre Enrico alla tutela della madre e del cortigiano. Con ingegnoso trovato, che per poco al giovane imperatore non riuscì fatale, l'arcivescovo di Colonia lo tenne nelle sue mani. Ed avvegnachè libero lasciassero le briglie alle passioni di lui, tumultuose, ardenti; pure, perchè severo uomo talvolta quel di Colonia sapeva mostrarsi, venne a fastidio ad Enrico, per tutto sdilinquire a favore di Adalberto arcivescovo di Brema, lo più stravagante ed originale uomo di Germania. Questi, curioso impasto di virtù e di vizii, di grandezze e di buffonerie, lasciava disgocciolare l'imperatore nelle libidini ed in ogni maniera di brutali passioni, onde rassodarsi nel favore di lui e le cariche tornar venderecce, le provincie mettere a ruba, gli onori per sè tutti carpire, i poteri in sè tutti concentrare.