—E siete voi pentito davvero, Cencio, oppure temete la giustizia degli uomini, che è qui per dimandarvi ragione del sacrilegio?

—No, pontefice. Nella cecità della mente io vi avevo mal giudicato. Io vi apponeva sentimenti che in voi non trovo adesso. Lasciatemi pure allo sdegno degli uomini, se volete, ma voi perdonatemi, e restituitemi la vostra stima; perchè io porterò mai sempre cordoglio di aver vituperato un nobile e santo uomo.

—Ma non sarebbe codesta ipocrisia, Cencio, ed un proponimento di voltarsi a vita migliore, come tante altre volte nelle angustie avete fatto, e poi, uscitone, ricominciare peggio d'assai?

—No, pontefice. Io sono veramente addolorato di avervi offeso. I vostri nemici vi avevano calunniato. Le opere vostre erano torte e forviate. Io non vi aveva mai conosciuto sì da vicino e sì grande. Io mi condussi a vendicarmi di torti che credetti aver da voi ricevuti per sola malignità o per gelosia di potere, e per gusto che avevate di altrui mal fare. Ma adesso....

—Ebbene, Cencio, noi vi perdoniamo, l'interrompe Gregorio. Solamente, in pena del macchiato santuario, andrete in pellegrinaggio a Gerusalemme. E con voi perdoniamo tutti i vostri compagni.

Intanto la plebe aveva gittate le porte, allagata la casa, e penetrava nella camera del pontefice, e i ferri alzava sulla testa di Cencio, del vescovo di Bovino e di Laidulfo. Ma Gregorio arresta loro le braccia e dice:

—Alto, figliuoli; non potrete percuotere l'uomo pentito senza peccare. Cencio ed i complici suoi sono stati perdonati da Dio e da noi; perdonateli voi ancora.

E sì dicendo faceva loro riparo della sua persona, ed allontanava il popolo, ringraziandolo dell'attestato di affetto che avevagli dato.

Eglino intanto se lo toglievano sulle braccia, ed acclamandolo, giubilosi se lo recavano in trionfo per le contrade di Roma.

Cencio sfuggì. Ma i suoi servi furono morti, sperperate le sue masserizie, bruciate le case, e messo a spada chiunque dei suoi si trovò; saccheggiate ed arse le case dei complici. Il vescovo di Bovino ebbe appena ventura di ripararsi novellamente a Roberto—dopo già aver ferme parole di alleanza con Guiberto tra l'imperatore Enrico ed il duca di Puglia, Calabria e Sicilia.