—Che papa e papa! se l'han mandato all'altro mondo giù del Tevere! Pensate a portare alcuna cosa a casa vostra, dico io.

—Demonii! mandarlo all'inferno per via d'acqua! Che giudizio!

—Il papa, il papa—morte a Cencio, morte a tutti.

—Che morte ci conti, un bischero? Peliamoli anche con un riscatto.

Il pontefice intanto era stato trascinato nella stanza più riposta del castello.

All'irrompere del popolo nel primo cortile, Cencio ed il vescovo di Bovino lo minacciano di freddarlo del tutto se non si affacciava alle finestre per allontanare la plebe. Ma alle minacce Gregorio sta sodo, e non risponde parola, non dà a vedere segno di commozione o di codardia.

Come però Cencio si avvide che principiavano a lavorare anche alla porta con asce ed azze, e che i gangheri pericolavano di cedere, supplica il pontefice per umili modi che volesse allontanare la canaglia, la quale rotto eccidio minaccia. Alle maniere sommesse Gregorio si piega. Approssimasi al balcone, quindi benedice quella gente aggruppata nella corte, le ordina di ritirarsi ed ai capi che venissero a lui, perchè si sarebbero aperte le porte. Ma quei di giù, prendendo i cenni per inanimamento, si avventano di più rabbia alle porte. Appoggiano scale alle mura per isfondar le finestre; appiccano il fuoco alle stalle. Cencio allora sgomentato si gitta ai piedi del pontefice e supplicandolo di perdono:

—Mercè! santo padre, sclama novellamente, mercè se ho oltraggiata la vostra tremenda persona.

—Non avete oltraggiato noi, Cencio, risponde Ildebrando, perchè noi siamo l'ultimo servo dei servi. Voi avete vilipesa la terribile maestà di Dio; ed a lui volgetevi per dimandargli perdono.

—Se mi perdonerete voi, pontefice, mi perdonerà ancora Iddio che giudica la terra col vostro consiglio.