—Magnifica omelia, commentata dal più pingue asciolvere che abbia mai fatto crepar d'indigestione un abate!

—Non è vero, ser pievano?

—Olà, canaglia, indietro, e attenti a me:
Io sono Marco Tullio Cicerone!
Estraggo i denti; taglio l'unghie ai piè;
Ed abolisco i ricchi e la ragione:
Ma perchè non vi manchino i flagelli,
Vi do i preti, le pulci ed i bargelli.

—Bravo monsignor Virgilio! Ma io avrei più caro che voi mi deste la corona di agli che vi circonda il capo, e quel mazzo di porri, che mi andrei a friggere col lardo.

—Indietro, indietro che arrivano i legati del Papa dei Becchi. Fate largo alla riverente pancia del canonico Ifiglo.

—Ed in fatto di pancia, il canonico, a grande edificazione dei suoi confratelli, ne acconcia sempre una somigliante alle sue penitenti.

—Ma ti prenda il gavocciolo, s. Andrea! Vuoi dunque che io ti applichi due calci nel servizio che mi vai sempre tra i piedi?

—Ora, udite questo buffone di Giulio Cesare come è divenuto insolente, da che un bel damigello di monsignor Rodolfo gli ha insegnato a fecondare i terreni di Monna Egelina!

—Pace, pagani! io sono s. Paolo e chiedo che mi lasciate entrare.

—Tu ti aduli, il mio s. Paolo. Tu sei ancora Saulo—e lo so io che all'esazione degli ultimi livelli mi tosasti fino al cuoio.