Balaam a così eloquente filippica del suo ciuco resta percosso e attonito, con la bocca aperta, e si guarda intorno. Quando ecco due angioli che gli danno parecchi forti scappellotti all'occipite. Balaam si rivolge e quelli gli dicono:
—Balaam, non obbedire al re Balec che si diverte a mangiare un profeta arrosto tutte le mattine.
Balaam, allampanato, guarda questi nuovi venuti, e grattandosi dolcemente la nuca risponde:
—Sta bene, miei signori: ma vi prego, un'altra volta, non mi battete così forte al cucuzzolo perchè io patisco di emicrania.
E ciò detto, si va a riunire agli altri compagni. Gli araldi chiamano poscia Elisabetta. Questa, che era vecchia, sorda, esce fuori tutta frettolosa, vestita di bianco, e gonfia come in procinto di partorire, e voltasi ai coristi dimanda:
—Quid est rei, quid me mei? L'è una chiesa di casa del diavolo qui, signori miei! Non si può stare neppure comodamente a dire una litania! Insomma, sappiatevi che io ho fame, e che se rimango qui un altro poco mi cadono giù le soffoggiate che mi avete applicate sul ventre, e buona notte al vostro s. Giovanni Battista. Io vi fo una riverenza, monsignori, e vado a casa, perchè io non sono stata mai troppo soda di corpo, ed ora, con le suste e controsuste, e con le compressioni... con vostra licenza, e serva di vostra scioperatezza, sir papa.
Alle parole di s. Elisabetta, il papa dei becchi monta in bestia e grida:
—Vadano tutti all'inferno: ne abbiamo assai di questa laida canaglia di santi e di ebrei. Vediamo un po' se i gentili siano più puliti. Chiamate Virgilio.
Gli araldi gridano all'uscio:
Vieni, Maron, poeta dei pagani,
E insegna il catechismo ai cristiani.