Gregorio resta ancora un momento a considerare, poi risponde freddamente e secco, senza di alcun modo spiegare il suo pensamento:

—Ritiratevi.

Il camerario annunzia Umberto, vescovo di Lione, commissario ponteficio nella Francia.

—Santo padre « parla il vescovo », ricevuta la vostra lettera e la bolla pei vescovi della Francia, mi son condotto a quelli di Reims, di Sens, di Bourges e di Chartres onde partecipar loro le minacce di vostra beatitudine, ed esortarli a lasciare gl'impuri traffichi ed i baratti illeciti, e vivere da sacerdoti anzi che da soldati e cacciatori nelle crapule e nelle orgie. Essi però, santo padre, mi han risposto: ch'e' si sarebbero tolti dalla simonia e dal concubinato quando tutti gli altri ecclesiastici del mondo cristiano avessero fatto altrettanto. Poi sono andato a Macon per persuadere l'arcidiacono Landri che, essendo stato eletto vescovo di quella chiesa dal clero e dal popolo, non poteva il re Filippo pretendere pagamenti d'investitura, ed impedire la consacrazione. Per lo che, esigendo l'onore della Chiesa ch'ei fosse vescovo di Macon, si lasciasse consacrare senza paura, se non volesse esservi costretto dal rigore dei canoni. Landri infatti si persuase. Ma essendo entrati nella basilica per cominciare le funzioni, i balestrieri del re ce lo inibirono; e non lo avrebbero permesso mai, se Landri non avesse pagata la somma richiesta. Landri però è stato unto vescovo.

La pallida faccia di Gregorio si arroventa. Convulso nelle labbra, accennava già a violento scoppio, e qualche cosa in fatti fra sè medesimo mormora; poi, tutto ad un tratto si calma, e dice anche al vescovo, come aveva detto ai due precedenti:

—Ritiratevi.

Allora il camerario annunzia Sigofredo arcivescovo di Magonza, il quale veniva di Lamagna onde riferirgli di gravi cose. All'udir di costui, Ildebrando, come se stimasse doversi far trovare in attitudine più autorevole di quello starsi addossato ad una finestra, si asside avanti ad un tavolo gremito di pergamene e codici di Santi Padri, ed ordina che fosse introdotto. Sigofredo si reca a baciargli la mano, indi parla:

—Padre beatissimo, unitamente ai vostri legati presentammo a Nurimberg all'imperatore Enrico i decreti del concilio che vostra santità tenne a Roma. L'imperatore li riconobbe, benchè di mala voglia, e solamente per condiscendere a sua madre Agnese, che con noi lo veniva a supplicare. Allora gli richiedemmo che lasciasse convocare nelle terre dell'impero un sinodo, onde, a nome di vostra beatitudine, deporre i prelati contaminati di simonia e di lussurie. Col monarca erano i vescovi di Strasburgo, di Spira, di Bamberga, di Augusta, di Wurzburg, di Brema e di Costanza—che sono appunto i più grossi baroni di Germania ed i principi più potenti dell'Impero. Alla dimanda, questi cominciarono a mormorare, ed a reclamare ad Enrico; ed egli per cavarsi d'impacci, ordinò a Liemaro di Brema di risponderci. Allora questi schiettamente favella: « Il dritto di convocare concilio nelle dipendenze della Germania appartiene esclusivamente all'arcivescovo di Magonza. I legati pretendono cose contrarie alle constituzioni ed ai canoni, non si debbono dunque ascoltare ».

Noi allora interdicemmo a lui il ministero di vescovo; e quello di Bamberga, convinto già di aver compera l'investitura, sottoponemmo alla pena della deposizione, se non si fosse provato innocente avanti al tribunale di Roma. Pubblicati i decreti del concilio, tutto il clero di Lamagna si leva a rumore, per ogni chiesa nascon tumulti. Noi allora indicammo un sinodo ad Erfurt, dove, essendo convenuti moltissimi, esponemmo gli ordini della santità vostra. Allorchè l'empio vescovo Ottone di Costanza, sorgendo come forsennato, si espresse in queste sentenze:

« Gregorio VII è un insensato! Gregorio VII è un ignorante, il quale non sa quel che si chieda; sono assurdi i suoi decreti. Sta scritto nel Vangelo: abbandona padre e madre, ma la tua donna non abbandonare: il secondo degli ottantaquattro canoni degli apostoli ordina: vescovo, prete, o diacono non discacci la moglie sua col pretesto di religione: ed il 39.o non usurpate la roba del vescovo, avendo egli moglie, figli, cognati e servi. Innocenzo I inoltre, nell'epistola 17, rimprovera i vescovi perchè promovessero al vescovado mariti di vedove: il capo 22 del concilio di Nicea esorta, non essere conveniente agli ecclesiastici lo scacciar la moglie; e s. Paolo nelle lettere a Timoteo comanda: che bisogna il vescovo fosse irreprensibile, marito di una sola donna, pudico, buon massaio di casa, e che avesse figli ben subordinati e casti; ed i diaconi, mariti di una donna sola, buoni custodi dai loro figli e delle loro case. Cosa dunque pretende codesto eresiarca di Roma? S. Paolo stesso ha altresì ordinato che: chi non può contenersi si ammogli, perchè val meglio ammogliarsi che ardere; tutti gli antichi Padri della Chiesa per tal modo si condussero. Che perciò, se Gregorio VII si ha fitto in pensiero di volere che fragili mortali vivessero da angeli, arrestando il corso ordinario della natura, Gregorio VII di sua mano vuole aprire la strada alla fornicazione, e sostituire alla santità delle nozze la nefandità di una libidine randagia e senza vergogna. Gregorio VII è dunque un uomo senza pudore e senza criterio morale. Noi quindi amiamo meglio rinunziare al sacerdozio che al matrimonio, vogliam piuttosto incorrere nell'interdetto che abbandonare le donne. Il papa perciò cerchi pure dei cherubini per guidare il gregge di Cristo se di noi è malcontento, imperciocchè tutti, per bocca mia, qui vi giurano, Sigofredo da Magonza, che giammai recederemo dai venerandi usi dei nostri antenati per secondare le voglie impure e tumultuose di lui ».