Allo scomunicato negavansi i sacramenti. Se moriva, il suo corpo mangiavano i cani sulle pubbliche strade. Qualunque aveva facoltà di ucciderlo per guadagnare la salute dell'anima. Gli dovevano rifiutare il tetto da ricovrare la inferma persona, il pane per isfamarlo, un gocciolo per torgli la rabbia della sete. Chi con lui favellava cadeva medesimamente nelle censure. I figli, la moglie, la madre, i parenti tutti, gli amici, avevano a sconoscerlo; niuno soccorrerlo se lo vedeva cader di lassezza, colpito di febbre e di lebbra. Egli doveva errar come il lupo, esser solo come la notte, maledetto come Caino. La terra stessa non prestarsi a dargli appoggio, il sole a dargli luce. E se era principe o signore, decadeva sul fatto del grado, ne perdeva il nome ed i titoli, le insegne e l'autorità; i vassalli levavangli ogni fede e riverenza, non l'obbedivano, lo vilipendevano, lo uccidevano ancora, se tanto avesse loro ordinato chi fulminava le censure. Ecco quindi ogni vincolo di sangue e di società civile rotto per una parola; ecco un popolo immerso nei tumulti ribelli, e nelle guerre; ogni constituzione di regno o d'impero violata.
Quest'arma, che i popoli stessi avevano data ai pontefici, finchè questi furono santi e protettori dei popoli, fu maneggiata con giustizia. E la tiranna prepotenza dei principi raffrenò; i dritti delle nazioni e dei soggetti protesse. Ma quando i pontefici diventarono altresì signori e ricchi, quando il ticchio lor prese di ambizione, e dalla pura santità del ministero sacerdotale si allontanarono per vezzeggiare principati, ed ai principi tornar superiori; quest'arma sacra, questo lábaro di libertà e di custodia degli oppressi, quest'arca di salute, questa spada che rovesciava le tirannie, si prostituì ad usi profani e scellerati. Fino a tanto che infiacchì, e si rese non temuta e ridicola.
Nel secolo XI però la scomunica vigeva ancora di massimo rigoglio, sopra tutto presso i popoli del nord.
Ed in effetti, come i numerosi legati che Gregorio diffuse in Germania vi pubblicarono l'anatema dell'imperatore e dei suoi cortigiani, tutti vestirono scorruccio, prevedendo i guai che avrebbero travagliata la patria. Maggiormente perchè i legati non si arrestavano nel manifestare i decreti del concilio di Roma, ma principi e vassalli prevaricavano a nome di Gregorio, e ad Enrico li ribellavano—i più saldi lusingando di promesse, i più timidi spaventando per minacce e per i quadri luttuosi dello sdegno di Dio e del pontefice. In modo che, i legami dell'impero teutonico si discioglievano. I sacramenti di obbedienza da ogni lato rompevansi. L'ordine sociale si sfracellava. Lo spirito pubblico correva al tumulto ed alle vendette. Un fomite di dissoluzione, di rivolta, di guerra, cominciava a prender fuoco in tutti i punti. Imperciocchè, se già i popoli inchinavano a francarsi, i principi a torsi di soggezione dall'imperatore, e qualcuno ad arrivare esso stesso all'impero, li ratteneva il giuramento prestato ad Enrico, giuramento cui come santo rispettavano. Essi non ardivano alzare baldanzosi la voce della ribellione e contristare il placido andare della nazione, difesa dai suoi dritti e dalle sue costituzioni. Ora, Gregorio avea tagliato quel sacramento; liberati tutti dalla divozione; attaccate le antiche e sacre leggi di Germania; tornato irriverito quel monarca a cui tutti mettevano fede, svillaneggiato, oppresso, rovesciato dal soglio; chi manteneva salda la fedeltà dei vassalli spogliato d'ogni riverenza, d'ogni santità, d'ogni decoro e grandezza. Questo esempio fatale corruppe i principi alemanni, i quali oramai givano accattando taccoli per rompersi in rivolture.
E primi i Sassoni ed i Turingi non del tutto da Enrico prostrati o malamente domati dalle ultime vittorie. Poi i principi di Sassonia, liberati dalle fortezze ove per ordine del re custodivansi onde mantener ligio e tranquillo il popolo scemato di capi. La lega infine, fomentata dal papa, tra Rodolfo di Svevia, Bertoldo di Carintia e Guelfo duca dei Bavari, allettati dall'imagine dell'impero che ad uno dei tre sarebbe toccato, come i più potenti principi di Germania, caduto Enrico. Le quali cose appena questi ebbe saputo, intimò al castello di Worms dieta, sia per iscandagliare l'animo dei nobili, sia per pigliare le debite misure sulle cose dell'impero. Ma alla dieta di Worms niuno dei grossi baroni comparve, intenti a collegarsi fra loro. Talchè fu mestieri trasferirla a Magonza. Nè quivi alcuno si mostrò pure, sendosi già pattuita alleanza tra Lorena, Franconia, Baviera, Svevia e Sassonia; avendo i principi ricevuta risposta da Gregorio, a cui si erano volti a consiglio, che se Enrico non si riconosceva vassallo di lui e della Chiesa « scuotessero sulla sua porta la polvere dei loro calzari e richiamassero al governo del regno un principe, il quale giurasse e fornisse cauzione di mantenersi sempre obbediente alla santa sede, e compierne fedelmente i decreti. Onde gli facessero conoscere costumi, sentimenti e condizione del principe cui miravano sostituire ad Enrico, per confirmarne l'elezione e renderla santa in faccia alla terra; se non credevano meglio d'intieramente affidarsi in lui, che aveva in mente consigliarli e dirigere in quella necessaria scelta del novello sovrano ». (Ep. 3, lib. IV). Si unirono quindi nel castello di Ulm, Rodolfo, Guelfo, Bertoldo ed i vescovi di Worms, di Metz e di Würzburg, e dopo una lunga deliberazione decisero, che, pei 15 di ottobre di quell'anno 1086, i principi che avevano cara la salute dell'impero si sarebbero accolti nel palazzo municipale di Tribur, e quivi pigliate le più sane misure. Ed il giorno stesso corrieri di quei signori cavalcavano per gli altri principi di Germania.
Il dì per la dieta di Tribur arrivò. Vi si recarono quanti castellani tenessero feudi nella Svevia e nella Sassonia, alla testa di grosse squadre di cavalli. Vi trassero i Bavari condotti da Guelfo, i Sassoni in numerose torme guidate da Ottone di Nordheim, e quasi tutti i signori dell'impero, coi rispettivi arimanni, fossero essi stati laici o ecclesiastici. Legati del papa vennero, Ugone di Cluny, Siccardo patriarca d'Aquilea ed Altamanno arcivescovo di Padova, Come l'assemblea si fu radunata, Ugone pigliò la parola primiero e disse:
—Baroni, derivando le dottrine politiche dalla dottrina fisica dell'apostolo Aristotile, il re è il cuore della nazione, i principi le sensazioni che nel cuore han fondamento. Ora le sole parti similari hanno idoneità di sentire, e ciò per due motivi: primo perchè i sensi dipendono dagli elementi ed il semplice miscuglio di questi non forma gli organi parti dissimilari, ma le sole similari e semplici; secondo perchè la sensazione non è nè energia nè facoltà di per sè attiva, ma puramente passiva, ossia mutazione comunicata. Quindi, essendo prerogativa degli organi ogni attività spontanea, la sensazione si effettua nelle parti simili, e perciò nel cuore, sede delle sensazioni, perchè composto di parti simili...
Il patriarca d'Aquilea che vide l'abate imbarcato, senza timone, negli oceani aristotelici, e che i membri della dieta si guardavano in volto l'un l'altro, indecisi tra il riso ed il corruccio, interrompe Ugone, che resta degli occhi fissamente incollati alla parete. Il patriarca allora, e senza lunghi preamboli, dichiara in nome di Gregorio che Enrico IV era stato scomunicato e deposto dal regno per le gravi sue colpe. Che perciò il pontefice, come supremo signore del feudo consentiva all'elezione del sire novello, e della sua autorità la convalidava. Qui sorsero altri principi ad accusare il re chi di uno, chi di altro delitto. Lo accagionarono di tutte le miserie di Lamagna, lo dissero origine di quelle guerre che essi invece movevano, lo chiamarono tiranno, crudele, scapestrato, e di ogni guisa di vituperii lo coprirono, onde giustificare la perfidia di loro condotta, e la gioia che sentivano di rimbeccare al figliuolo le offese del padre, e riscattarsi della dipendenza sommessa in che Enrico III li aveva gittati.
Allora giunsero messi di Enrico. Ulrico di Cosheim spose magnanime cose pel re e smentì le impudenti accuse dei principi e dei legati. Promise ancora molto per Enrico ed innanzi ai loro occhi ritrasse senza velo, come per la loro ribelle condotta la dignità dell'impero si contaminasse, sottoponendola al vescovo di Roma vassallo di Lamagna, e come le constituzioni se ne violassero scelleratamente. Coloro risposero non fidarsi della mansuetudine del re ora che, dato giù, deserto si vedeva; che essi conoscevano fino a qual punto si dovessero altrui sottomettere; che le constituzioni della Germania non manomettevano, avendo deliberatamente avanti giudicato Enrico cui, scomunicato dalla Chiesa, per non incorrere anch'essi nelle censure, abbandonavano, ed eran quivi ragunati ad eleggere sire novello. Alle quali parole altre il duca Ulrico soggiungeva. Poi, capito che vanamente maneggiava pratiche, di nobile fierezza si protesta, aver ordine del suo signore dichiarare loro, che al dì vegnente avrebbe accolti nel castello di Oppenheim i suoi uomini d'armi e presentata battaglia.
Gli oratori di Enrico lasciavano la dieta costernata. I principi comprendevano a qual repentaglio li esponesse la disperazione del re. Fatta perciò deputazione di nobili sassoni e svevi gliela mandarono con alla testa Ottone di Nordheim. Questi si presentò al castello di Oppenheim, ed incontanente introdotto alla presenza di Enrico, così parlò: