—Ah! sclama Enrico.—Nè dice altro per un pezzo, restando degli occhi immobili e la fronte corrugata. Poi si cangia totalmente in viso, e come se tutto ad un tratto si fosse deciso, toglie i capitoli di mano al Nordheim, li firma sollecitamente, li suggella e restituendoli soggiunge:

—Sire di Nordheim, voi siete un vituperato sono infami i nostri baroni. Non pertanto, siate voi testimone della violenza che ci fa il nostro popolo ed abbiate per fermo che, se Dio è Dio, le paga. Noi giuriamo di mantenere i patti di questi capitoli. Ci duole solo che essi ci siano pervenuti da voi, cui avevamo in conto di amico e di fedele, e che tal disinganno ci abbiano dato altresì Rodolfo, Bertoldo e Guelfo. Ora, potete partire.

—Sire, soggiunge Ottone, ricordatevi che avete giurato, e che avete soscritte le condizioni di pace che vi ha proposte la dieta. In quanto a noi poi, con la vostra sopportazione, sire, dovreste ancora ricordarvi che, prima di essere vostri amici, eravamo cittadini; prima di essere vostri fedeli, eravamo principi dell'impero; e per ciò appunto custodi della sua pace, delle sue leggi, delle sue consuetudini. Le nazioni non appartengono ai re. Che vostra grandezza quindi ritorni ad essere il padre di questi popoli, non attenti alla libertà di loro, non ne violi le constituzioni, rimetta l'impero nella grandezza e nel fulgore in che glielo lasciò la gloriosa e temuta memoria del padre suo, Enrico il nero, ed allora ci troverà tutti sudditi devoti e fedeli.

—Bene sta, sire di Nordheim, Avete compiuto il vostro mandato, ritiratevi.

Ottone partì, e ritornò alla dieta in Tribur per consegnare ai principi i capitoli firmati e giurati da Enrico. Viva fu la gioia di coloro, per la maggior parte o sconfitti alla battaglia di Hohenburg, o umiliati alla dedizione del campo di Gerstungen e tenuti cattivi nei castelli dell'impero per la durata e sicurezza della tranquillità. Smisurato fu il gaudio dei legati. Segnatamente allorchè si udì che Enrico, per dar pruova di voler mantenere i patti, aveva accolti a consiglio nel castello di Oppenheim i suoi, e dopo commovente discorso, licenziati dalla corte i vescovi di Bamberga, Colonia, Strasburgo, Basilea, Spira, Losanna, Zeitz, il duca Ulrico di Cosheim, i conti Eberardo ed Artmanno, i quali erano partiti con le lagrime agli occhi. Imperciocchè quelli amavano Enrico teneramente, come colui che dimostravasi magnanimo come re, valoroso come guerriero, senza fasto e compagnevole come soldato, liberale, franco, grande rimuneratore ed ammiratore delle opere prodi, di alti e nobili intendimenti. Così che meritamente forse nella storia spregiudicata s'ebbe appellativo di grande—appellativo che le calunnie non mai specificate da fatti, cui numerose gli addossarono i sediziosi ed i proseliti di Gregorio, non potranno giammai cancellare. Dopo il qual tenero addio, riconfortandosi per tempi migliori, Enrico mandò ordine al comandante di Worms restituire al vescovo la sede, le rendite e l'autorità vescovile, spianare le torri, vuotare la città da' presidii ed arnesi da guerra, licenziare le truppe. Si accommiatò in fine dai baroni che aveva con sè, e ritirossi nel castello di Spira senz'altra compagnia che l'imperatrice Berta, con cui erasi riconciliato, ed il suo figliuolo Corrado.

I legati intanto, ed il conte Mangoldo di Verigen ed Udone di Treviri ambasciadori della dieta di Tribur mossero per Roma. Papa Gregorio, che combattuto in mille affetti, sospeso all'orlo di abisso profondo, in agonia di pensiero, come quegli che sopra un dado aveva giocato tutto—grandezza, fortune, ambizione, progetti, il passato e l'avvenire, tutte le opere ed i concepimenti di una vita, tutto un potere strabocchevole, tutta la magica e paventata signoria di una parola, aspettava; ed aspettava senza velar gli occhi di sonno, senza sentir bisogno di cibo, smanioso, ansante, bruciato da impaziente inquietudine.

VII.

E' par che voi veggiate, se ben odo,
D'innanzi quel che il tempo seco adduce
E nel presente tenete altro modo.
Noi veggiam come quei ch'ha mala luce
Le cose, disse, che ne son lontane.

Inf., XIII.

La legazione della dieta di Tribur pose addosso ad Ildebrando tripudio che non sapeva contenere. Aveva trionfato. L'imperatore era avvilito; egli si levava alla cima della gerarchia sociale. Re, principi, signori, tutta la gerarchia ecclesiastica e secolare accosciavasi ai suoi piedi. Sulla terra non si riconosceva potere al suo superiore; non uomo di lui maggiore; non dignità più riverita e temuta, potenza più illimitata ed a scrutinio non soggetta, nè capace d'essere rovesciata. L'Italia infine non si atteneva più all'Alemagna. Ed egli poteva darle legge, darle freno. Il suo sistema di universale teocrazia era prevalso; le autorità della terra stringeva nel suo pugno. Re dei re, egli poteva eleggere e rovesciare i re e gl'imperatori. Dopo Iddio a niuno andava secondo. Ed il suo gaudio cresceva dal saper che, forzati e tratti da seguito arcano di fatalità, i secolari recavansi a tanta subordinazione, che avevano combattuto, che si erano ribellati, che addentavano avviliti il morso cui aveva lor posto. Poi comparava Enrico IV, da lui spogliato di dignità e da qualsiasi dritto di principe e d'uomo, ad Enrico III, che deponeva i pontefici e li creava, che metteva leggi alla Chiesa e l'aveva vassalla. Tutti i popoli adesso, tutti i paesi erano feudali alla Chiesa. Roma, un'altra volta, sorgeva padrona del mondo, senza colpo ferire, senza soldati, per sola virtù di ostinata volontà, di gigantesco concepimento. Aveva ragione il prigioniero di Sant'Elena di dire, che se e' non fosse stato Napoleone avrebbe voluto essere Gregorio VII!