Per quindi maggiormente godere del suo trionfo, Gregorio accettò l'invito della dieta, e si dispose a partire per Augusta.

La dieta di Augusta si apriva ai 22 di febbraio.

L'inverno si mostrava rigido, copiose cadevano le nevi, gonfiavano i fiumi, imperversavano i venti. Ma che perciò? La tensione del pensiero ogni altro bisogno o debolezza in Gregorio attutiva. Fiso della mente nel sublime momento in che avrebbe profferita la sentenza del suo nemico, e' valicava tempo, perversità di stagione, malvagità di cammini, e nulla curava, e ad Augusta correva, dove già il suo spirito tanta vaghezza di lusinghe e di ambizioni soddisfatte andava assaporando.

Sulla metà di dicembre quindi Gregorio partì da Roma. Lo accompagnava la contessa Matilde, sopra borioso stallone isabella, virilmente vestita, e grosso seguito di baroni che le componevano intorno brillante cintura. Lo seguiva poderosa scorta di soldati toscani, sudditi della contessa.

Gregorio cavalcava bianca chinea, coperta di ricca gualdrappa di velluto porporino ricamata a croci d'oro. Avvenente anzi che no della persona, quantunque piccolo di statura, i suoi grandi occhi scintillavano di luce vivissima; la sua fronte alta e calva si spianava dalla letizia; dal naso aquilino fiutava orgoglioso la pura aura di un'atmosfera, che tutta del suo nome e della sua potenza riempiva. Il peso del mondo non ottenebrava il suo volto; la sua mente intendeva ad ogni cosa, senza soccombere, senza gualcire di precoce vecchiezza il corpo che animava.

Vestito di bianca lana, ravvolto a metà entro mantello di panno cremisino, su cui suffusa e lunga cadevagli la barba argentina, Gregorio si compiaceva dell'impaziente alterigia del suo corridore, che andava caracollando, e graziose parole diceva alla contessa che gli cavalcava alla destra. Ed ora dava provvedimenti al vescovo di Porto, che gli teneva dietro per i bisogni e la sicurezza del viaggio; ora benediceva il popolo, il quale gremiva le strade, vago e motteggiatore dello spettacolo di quella cavalcata.

Come però furono giunti in sulle porte, tra mezzo a gruppo di soldati, Gregorio vide una giovinetta a cantare la cantilena di Rolando, l'aspetto della quale lo colpì. Si raccolse un istante nella mente, e ricordossi infatti di quella fanciulla che, nella sanguinosa notte di Natale, lo aveva arrestato alla porta di Santa Maria Maggiore e scongiurato di tornare indietro. E si risovvenne altresì che, impaniato tra le gravi cure della Chiesa, di niun modo aveva poscia pensato a sdebitarsi con lei, e pigliar conto di sua fortuna e condizione. Per lo che, avviato adesso sopra dubbia carriera ed in volta per viaggio periglioso, onde non avesse novellamente dimenticato di mostrarsele grato, fa sosta alquanto e manda il vescovo di Porto per menargliela avanti.

Guaidalmira, considerata, diciam così, alla spicciolata, non era bella in ciascuna delle sue membra, tolto la taglia della persona alta, svelta e tornita. Però nello insieme talmente quelle membra armonizzavano, che ne usciva una delle più piacevoli e piccanti fisonomie, segnatamente per quei suoi grandi occhi neri che brillavano come due gocciole di neri diamanti. Quel sembiante quindi aveva un'attrazione, a cui non si resisteva di leggieri, ed una tale aperta franchezza che tutte le sensazioni dell'anima vi si pennellavano. Il suo sorriso, che metteva in mostra i più bei denti, era un incanto. Ella, non riccamente ma pulitamente vestita, all'invito del vescovo si apre strada tra i capannelli dei soldati ed al pontefice si presenta. Gregorio la stette a considerare fisamente un bel tratto, quasi di quell'aquilino suo sguardo avesse voluto affascinarla. Però non essendosi Guaidalmira per nulla scossa, ed avendo con fermezza sostenuto quella specie di compenetrazione mentale, Gregorio le dimandò:

—Non saresti tu per avventura, giovanetta, colei che, la notte di Natale, alla porta di Santa Maria Maggiore, ci avvisò di un pericolo cui andavamo ad incontrare!

—Io per l'appunto, risponde Guaidalmira.