—Che cosa! parlate pur liberamente, dice Gregorio.
—Sì, pontefice, sclama la donzella: vivrete Cesare, morrete Mario!
E sì parlando, senza aspettare ulteriori domande, volge le spalle a Gregorio e parte. Questi resta colpito alle parole della giovinetta, la segue un istante col guardo, poi gitta un sospiro e si rimette in cammino.
La contessa Matilde aveva tirato il capperuccio sulle gote per celarne il pallore.
Giunto in Lombardia, i nobili ed il clero che ancora gli restavano divoti, lo accolsero della più suntuosa magnificenza. E' si fermò alquanti giorni nelle terre lombarde, e di là mosse per Vercelli, seguíto da splendido corteo.
Il vescovo di Vercelli era altresì cancelliere dell'impero nel regno d'Italia. Gregorio si aspettava che costui gli fosse venuto incontro sulle porte della città onde fargli riverenza ed offrirgli ospitalità. Ma per tal guisa non avvenne. Poichè, non solamente il vescovo non gli andò innanzi nè si recò al palazzo municipale per salutarlo, ma, invitato due volte di presentarsi al pontefice, si rifiutò. Grave sospetto prese allora a travagliare l'animo di Gregorio, che alla contessa Matilde confidò. Infatti poco di poi giunsero novelle che l'arcivescovo di Ravenna aveva accolto un esercito ne' suoi Stati ed un sinodo a Pavia. Gregorio insiste per vedere il vescovo di Vercelli. Questi infine, dopo tanto strepitare ed urgere, si presenta. Ildebrando lo accoglie con piglio minaccioso ed altiero, ma colui, senza neppur tanto curare il broncio del papa, gli va davanti e dice:
—Pontefice, come cancelliero dell'impero vi comando di uscire da questa città, la quale, fedele ad Enrico, non può nè vuole ricettare nelle sue mura un nemico dell'imperatore e della Germania.
—Ser vescovo, risponde con calma altiera Gregorio, ed io ti comando di deporre le insegne vescovili, di lasciare la carica, di prostrarti della faccia nella polvere alla nostra presenza, di constituirti cattivo, e sperare nella nostra misericordia del quando e del come sapremo farti giustizia.
—Gran mercè della vostra buona intenzione, pontefice! sclama il vescovo. Solamente io vi chiamo a considerare che, ad obbedire alle vostre proposte, io non sono mica disposto ancora, nè per qualche tempo sarò. Invece, per far sì che voi obbediate ai miei comandi, gli è ben che sappiate aver io ai miei ordini tal numero di gente da non udire nè scrupoli, nè forza per costringervi.
—Vescovo di Vercelli, furibondo riprende allora Gregorio, tu sei uno scellerato che verrai punito da tutti i fulmini della Chiesa e dalla forza laicale. Enrico intanto, alla dieta di Augusta, udrà da noi della tua infame condotta.