—Predici l'avvenire? ma non sai tu, fanciulla che l'avvenire è in mano di Dio?
—Che perciò? nelle sue mani, io l'indovino. Anzi, se pur siete disposto a darmi mercede alcuna, permettetemi che osservi la vostra mano e che vi dica la sorte.
Gregorio resta un momento a considerare quella giovinetta, per leggerle nell'anima se ella favellasse di buona fede e per interna convinzione, ovveramente tentasse abbindolare anche lui. E forse della sincerità di colei dovette persuadersi, dappoichè, sollecitato altresì da un languido sorriso della contessa Matilde, egli tira tosto la mano di sotto il mantello, si cava il guanto e gliela porge. Guaidalmira piega il ginocchio a terra, la bacia, la guarda attentamente, ne esamina le linee, ne studia le pieghe; ed il suo volto si copre di rossore. Poi, rialzandosi, dice malinconicamente:
—Fatalità! io non credo più alla mia scienza.
—Ah! e perchè dunque, fanciulla? domanda Gregorio.
—Perchè? risponde Guaidalmira, perchè? Essa detta la medesima sorte a me povera monelluccia di strada ed a voi sovrano pontefice, terrore dell'universo. La stolta! Quale disinganno!!
—Vero? sclama Gregorio accennando il volto a gaiezza.
—Sì, riprende Guaidalmira con un sospiro, divenendo di un subito pallida, mentre una lagrima le navigava per gli occhi. Sì. La mia fede ha perdute le ali per sollevarsi al cielo, i miei occhi han perduta la luce per leggere nell'avvenire. La medesima sorte! stolta!
—Ed è ben scura codesta sorte che tanto vi addolora, o figliuola? domanda Gregorio.
—Chi lo sa? mormora Guaidalmira. Sprazzi di sole in fiotti di uragano. Lugubre certo è la mia. Nondimanco però, sia vera, sia falsa la mia scienza, non posso, santo padre, restarmi dal rivelarvi che essa della vostra persona mi detta che...