—Si, continua Enrico con calore. Che credete, Guiberto, che mi potessero giovare i vostri dodici o quindicimila uomini, in faccia a due nazioni non bene decise nè ben rassodate? Poi la contessa Matilde ha anch'essa un esercito, nè è nostra amica. Gli Italiani sono volubili; e per quanto si mostrino divoti all'impero, non so lusingarmene, conosco che quel freno lor torna insopportabile ed esoso, e spiano l'opportunità di spezzarlo. Sì che, Guiberto, vedete anche voi a qual partito mi rimanga appigliarmi.

—Sire, replica l'arcivescovo dignitoso, io non so nè vi rispondo della mente dei miei concittadini. Sia però quale si voglia la vostra fortuna, contate, sire, e potete giurare di non fare assegnamenti falliti, contate sulla persona e sulla fedeltà dell'arcivescovo di Ravenna, che vi verrà manco solo con l'ostacolo della morte.

Enrico gli stringe la mano fortemente, velando gli occhi di una lagrima, poi dopo alcuni minuti di silenzio soggiunge:

—Monsignore di Ravenna, compiacetevi di presentarmi i miei fedeli di Lombardia.

Quei signori, ragunati nella sala vicina, lo accolsero con un grido prolungato di applausi e di gioia. Enrico li salutò grazioso, dicendo loro cortesi parole, ringraziandoli della lealtà e divozione che gli mostravano. Essi gli fecero tutti sacramento di essergli fedeli, e di non abbandonar la sua causa per qualunque sfortunato volger di cose. Enrico li ringraziò novellamente; poi alla testa di così brillante corteggio e risoluta truppa partì di Torino per Piacenza. Due giorni dopo vi giungeva anche il re.

Egli aveva evitato Parma; aveva poi costeggiato l'Enza, ed era venuto a valicarla a Rio di Vico.

Dopo aver nevicato tutto il dì, verso il tramonto il cielo si era rasserenato. Il sole si coricava come un globo di fuoco. Guadato il fiume, lo sguardo di Enrico s'ingolfò di subito in una gola di monti. In mezzo a quelli,—monte Atesio e costa di Grassa,—questo sguardo si urtò ad un burrone che si levava a picco comme una zanna. Brullo, tormentato, dirupato era il burrone. A cima di esso però elevavasi una vasta rocca, che, increspata il dì dal pulvinio della neve, ed ora indorata dagli ultimi raggi del sole sanguigno, scintillava quasi fosse incrostata di ardenti carboni. Era Canossa. Enrico si arresta; gli occhi divaricati ed immobili si fissano su quel fatale castello folgorante come un'aureola. La foga dei pensieri e degli affetti produssero nell'anima del re come una nebbia, in cui, vedendo tutto vago e vertiginoso, dispera penetrare. Dà quindi di sprone, si lascia a destra il forte maniero di Rossena, e per la straduzza di Grassano che costeggia Rio di Vico se ne viene a Vico di Canossa, a piè del castello.

Non vi si fermò; anzi mosse subito per Canossa, avendo saputo da corrieri dell'arcivescovo di Ravenna e del vescovo di Vercelli, che la contessa Adelaide, dopo aver venduto a lui il passaggio delle Alpi, era discesa in Italia a spargervi la nuova di sua venuta. Per lo che gl'Italiani, che ora lo circondavano, si erano uniti al bando di Guiberto; e mentre questi, chiuso il concilio di Pavia, cavalcava la notte per alla volta di Torino, Gregorio, della presenza del re in Italia spaventato, la notte istessa erasi andato a rinchiudere nel Castel di Canossa con la sua bella penitente Matilde.

Egli aveva lasciato in dietro la truppa per non dar sospetti nè appiccagnoli al papa. Seguíto solamente da Guiberto, da Baccelardo ed altri pochi cortigiani prese dunque stanza nel piccolo romitaggio votato a s. Nicolao, che trovavasi in quello spicchio di casupole dei vassalli della contessa, alle falde del burrone su cui torreggiava la fortezza.

Come la contessa Matilde udì dell'arrivo dell'imperatore, gli si recò tosto a far visita, comandando che di ogni cosa, con real munificenza, il cenobio fosse fornito. L'accompagnavano Adelaide di Susa col suo figliuolo Amadeo, il marchese Azzo d'Este, e l'abate di Cluny, che era stato padrino del re al fonte battesimale. Enrico, vedendo apparir la contessa, le andò incontro, e baciandola sulla fronte: