—Qual cortesia, sclama, nella nostra bella cugina di venire a visitare uno scomunicato, senza paura d'imbrattarsi di peccato!
—Ne abbiamo tolto permissione da Gregorio, risponde Matilde senza badare, o senza comprendere l'ironia delle parole del re.
—Ah! vi dimandiamo perdono dunque, bella cugina, del sospetto temerario, soggiunge Enrico, componendo il volto a sorriso. Ma sì che non poteva essere altrimenti! Ed in vero, e' sarebbe doluto anche a noi che creatura così bella avessero dovuto adunghiare i demoni, ed ottenere quei villani cialtroni più che non ottennero i fedeli battezzati, divoti al papa.
Dappoichè gli è mestieri sapere che Enrico voleva qui accennare al marito di lei, Goffredo di Lorena, detto il gobbo, già morto, col quale giammai Matilde si aveva voluto accoppiare. La contessa lo comprende, e rimbeccandolo del fastidio in che anch'egli aveva presa un dì la regina Berta, sorridendo egualmente risponde:
—Veramente, sire, sotto questo rapporto bisogna dire che non avessimo tradita la parentela! Ma, a proposito, non vorreste avere la cortesia di presentarci alla nostra bella cugina Berta?
—Ella è restata a Piacenza con la corte e l'esercito, riprende Enrico, il quale a questa dimanda rientrò nella sua situazione, obbliata un momento all'aspetto di Matilde. Indi soggiunge: Berta ha fatto questo pellegrinaggio per amore: ma nè la nostra fierezza d'uomo, nè il nostro onore di cavaliere avrebbero sopportato che, anch'ella, avesse patita umiliazione o amarezza qualsiasi.
—Sire, papa Gregorio non è insensato da dimandar penitenza da chi è immune di colpa, risponde Matilde con molta serietà; nè noi, per quanto gli fossimo divote, avremmo tolto in pace che così bella e pia donna si sconfortasse.
—Voi siete allucinata, Matilde, sclama Enrico alquanto vivamente, e ci duole come vostro parente, che la vostra condotta debba consolidare il sindacato di Europa, la quale vi dice pazzamente imbertonata di tanto dissidioso energumeno. Come imperatore poi vi dobbiamo rimproverare di tradimento al vostro legittimo padrone, e d'infedeltà all'impero.
—Sire, replica con grande calma Matilde, se l'Europa giunge a persuadersi che noi potessimo sentir tenerezza per un vecchio di settant'anni, l'Europa è una stolida. Noi nel papa adoriamo Iddio, come quegli che lo rappresenta sulla terra, come la provvidenza umanata. Noi gli tributiamo la cieca riverenza che ai decreti di Dio si deve, e ci prosterniamo ai suoi voleri, perchè ai voleri di Dio è stolto chi resiste. Noi insomma, sire, non veneriamo nè Gregorio VII, nè Alessandro II, nè Nicolò II, ma la dignità, ma lo spirito scevrato d'ogni forma terrena. Lo abbiamo idealizzato nel papa. Nel papa che passa, noi riconosciamo il papato, e più che il papato, la Chiesa. Se poi vostra grandezza ci trova ribelli all'impero germanico, da cui dipendiamo, non è nostra colpa, sire. Noi siamo inspirati da un'intima convinzione che, avanti tutto, debba andare la salute e la gloria dell'anima, poi l'indipendenza della patria.
—E quando, bella cugina, si è trattato di anima e di patria nella lotta della Chiesa e dell'Impero?