Gregorio ricevette Baccelardo, presentato da Matilde, senza dar segno di conoscerlo, con molta freddezza e distrazione. Però, quando Baccelardo cominciò:

—Santo padre, l'imperatore di Germania Enrico mi manda a voi...

Gregorio gli tagliò le parole in bocca, e fiero sclamò:

—La Germania non ha imperatore.

Baccelardo si arroventa nel volto, e fisa gli occhi scintillanti sopra il pontefice quasi avesse voluto fulminarlo. Ma poi ricordandosi che egli era lì per supplicare perdono, e che la posizione del suo padrone oltremodo diveniva precaria di giorno in giorno, raffrena l'impeto che lo dominava, e soggiunge:

—Santo padre, Enrico è venuto fin di Lamagna per dimandarvi l'assoluzione della scomunica. Egli è stato calunniato presso di voi da vassalli infedeli, che avevano troppo a guadagnare nei dissidii; e voi gli avete posti anatemi sopra base di colpe che giammai lo lordarono. Prega perciò vostra beatitudine di udire le sue difese e discioglierlo dalle censure.

Gregorio, torvo in viso, lo sta ad ascoltare, poi dopo lungo indugio risponde:

—Sappia Enrico di Germania che gli è contro le leggi ecclesiastiche giudicare accusato, assenti gli accusatori, e portar sentenza qualsiasi. Se egli era conscio a sè d'innocenza, non avrebbe evitata la dieta di Augusta, dove noi, udite le ragioni di ambo le parti, avremmo pronunziato con quella giustizia che Iddio ci inspirava. Perchè dunque da quel giudizio è rifuggito?

—Enrico non ha paventato il giudizio, santo padre. Ma, innanzi della corona e della vita, bisogna riguardare l'onore. Ed il suo onore di cavaliere, e la sua dignità di re malamente sopportavano di soggiacere alle accuse ed al giudizio di vassalli.

—Che pretende dunque da noi?