—Pretende che, come capo de' cristiani, udiate le discolpe di un cristiano calunniato ed oltraggiato da scellerati; pretende che, come vicario di Dio, spogliate ogni terrena passione ed udiate i lamenti dell'innocente, e gli facciate quella giustizia che gli faranno i posteri, non agitati da ire di parti, ed Iddio al suo eterno tribunale. Ecco ciò che pretende Enrico; e perchè giusta le costituzioni dell'Impero perderebbe la corona se con l'anno vicino a spirare non fosse assoluto, egli vi dimanda codesta assoluzione e si offre a qualunque ammenda e soddisfazione onorevole a lui vogliate richiedere.

—Ah! scoppia Gregorio irritato, non è dunque contrizione delle sue peccata che a noi lo guida, è la paura di decader dall'impero? Ebbene, noi non vogliamo riceverlo. Il perdonarlo sarebbe violare il nostro santo ministero. Egli è venuto a fare un nuovo oltraggio alla sedia di Pietro ed alla persona del vicario di Dio col dimandare mercè; e noi non possiamo, noi non vogliamo accordargliela.

—Ma, santo padre, prosegue Baccelardo, di che deve dunque contrirsi chi non ha colpa? Come voi lo chiamate peccatore, se non l'avete ascoltato ancora? Come lo pretendete penitente se la sua coscienza è tranquilla? Non abusate del potere che vi hanno dato i popoli onde tutelare la giustizia dei loro diritti, per condannare inesorabilmente gl'innocenti su calunnie che torna bene a taluno di addossar loro.

—Si sottometta dunque alla dieta dei principi tedeschi.

—Ma l'anno della scomunica spira, sclama Baccelardo contenendosi appena, ma la somma dignità di re ne rimane vituperata...

—Noi non vogliamo ascoltarlo, l'interrompe Ildebrando. Sappiamo troppo quanta saldezza abbiano i giuramenti di lui; come li ha mantenuti con i Sassoni; quanto fermo ha il carattere. Si umilia adesso, stretto da angustie. Ma domani non ristarebbe di elevare superba cervice contro di noi novellamente, contaminare il santuario, e sperperare la casa e le masserizie di Dio. Egli è volubile, guasto nel cuore, protervo, non teme la giustizia del Signore, non rispetta i dritti dei popoli; la nostra voce non obbedisce nè paventa. Noi dunque non vogliamo vederlo; e succeda di lui ciò che sta scritto nelle pagine eterne, del cielo.

—Santo padre, riprende Baccelardo, sforzandosi ad esser calmo, voi giudicate Enrico secondo ve lo hanno dipinto, non quale egli è veramente. Egli ha nobili e pii intendimenti, non è corrotto, non è mutabile. Se i vostri legati, per brusco ed orgoglioso condursi, lo irritarono contro di voi, adesso ne è pentito, e protesta di assoggettarsi a qualunque penitenza per riconciliarsi con la Chiesa. Non vi fate maggiore di Dio voi, che ne siete il vicario. Iddio dimentica i trascorsi di chi torna a lui umiliato; e voi, uomo, voi, peccatore eziandio come ogni uomo lo è, sareste voi inesorabile e scagliereste la prima pietra? La parola d'ordine del vostro apostolato è carità. Non date ragione ai vostri nemici che vi dimandano tiranno, lupo rapace, usurpatore, di cuore duro, di anima perversa. Riflettete, santo padre, che la vostra protervia schiaccerà il re, sì; ma come Sansone ne resterete schiacciato anche voi. Perchè i popoli vi toglieranno ogni credenza, ogni rispetto, e tornerete esosa quella cattedra di Pietro che volevate venerata cotanto.

Baccelardo fa alcuni passi per allontanarsi, allorchè Gregorio dimanda:

—Egli è dunque veramente pentito, dite?

—Ma sì! che se nol fosse, egli avrebbe profittato dell'esercito che ha lasciato a Piacenza per istrapparvi con la forza una parola che così fieramente vi ostinate a negargli.