—Impossibile. Egli tiene all'opera che tu imprendi più che alla vita.
—Ne sei certo?
—Come dell'anima. D'altronde, vedi che non v'ha mezzo per avvicinarti a lui e patteggiare. Val meglio perciò tentare la cosa che starne così; perchè una mercede, e generosa, l'avrai sicuro—e ti farò risparmiare altresì la frusta che ha comandato di largheggiarti.
—Ecco le munificenze regali! Ecco di che i re non sono mai avari! Una pena per tutti i falli; la fame e l'obblio per tutte le virtù.
—Diavolo! tu fai della morale, sclama Baccelardo ridendo.
—Dio me ne scampi! riprende Laidulfo, io non sono ancora si disperato. Orsù dimmi un po', come si fa a penetrare nella fortezza?
—Niente di più facile. Ti condurrà l'arcivescovo di Ravenna. Bada però di non farlo troppo domesticare con codesta giovane. E sarai ammesso come parlamentario in piena sicurezza. Ne abbiamo parola della contessa.
—Vediamo dunque cosa saprà fare codesto arcivescovo, e lasciate a me cura del resto.
Sul cader della sera, infatti, Laidulfo e Guaidalmira venivano introdotti nel gabinetto di Gregorio dalla stessa contessa Matilde, la quale non si lasciò a ciò indurre senza prima aver tastato un po' il messo, ed attinto un barlume dei mezzi che si volevano adoperare. Laidulfo veramente non le disse tutta la verità. Però seppe dare alle sue parole una forma di credenza, e d'altronde Guaidalmira guarentì della sua vita che non sarebbe al papa venuto male di sorte. Gregorio, occupato vicino al camino a scrivere lettere ai principi di Germania, non avvertì della coppia entrata nella sua stanza; nè questa fece pressa per aprire l'abboccamento. Ma come Ildebrando ebbe finita di scrivere lunga pagina, e prendeva fiato per voltar l'altra, alza lo sguardo e scorge Laidulfo che, le mani congiunte dietro i reni, aspettava. Allora questi si fece più avanti fin presso il tavolo e disse:
—Ser papa, mi conosci?