—Allora fu mandato a chiamare un tabellione, un tal mastro Anasprando.

—Viveva dunque ancora? sclama Gregorio quasi suo malgrado.

—Se viveva! Era fresco come l'abate di Nonantola che si conforta con trenta beghine, di cui la più vecchia ha venti anni. Mastro Anasprando dunque fece una lettera ed un bel breve di ricordanza, a scrittura grossa come i rosoni della chiesa di Sant'Ambrogio di Milano; mastro Bonizone vi mise sotto una croce; quattro altri testimoni vi cincischiarono degli scorbi come campanili; dentro questo forzierino chiusero questo libro di ore che qui vedi, e mel consegnarono, dicendomi che dovessi darlo a colui cui conducevo la fanciulla, sendo una memoria di sua madre. Ora il libro di ore ed il forzierino è questo qui, con le armi del conte di Reggio, perchè il libro apparteneva alla sua figliuola Bertradina...

—E la ragazza? dimanda Ildebrando ansioso.

—La ragazza... Veramente fui tentato all'indomani di venderla a qualche zingano o a qualche ciurmadore. Ma poi pensai che avevo tolto un bel prezzo della commissione e dovevo compierla da galantuomo. Soddisfatto quindi il mio voto di Loreto, mi recai a Roma. L'uomo a cui la bimba, la lettera, il forzerino erano inviati non vi era più.

—Davvero?

—Sissignore. Egli era partito proprio per quella stessa Soano, donde io era mosso, e per vedere proprio morire quel vecchio che io avevo veduto moribondo, e forse per aver proprio quella scimiuzza di bimba che io gli recavo a Roma. Il vecchio che lo attendeva e che forse disperava vederlo venire, che sentiva sfuggirsi l'anima, che conosceva l'indole dell'uomo a cui aveva a fare, si era affrettato nelle risoluzioni.

—Ma allora cosa facesti tu del mandato?

—È giusto quello che io m'accingo a dirti e per cui mi vedi qui. Quella fanciulla, nella mia vita dissipata e randagia mi tornò da prima di grave fastidio, e più di una fiata mi frullarono pel capo disegni tristi. Però, pensando poscia che io ero solo come la notte, mi feci violenza e la tenni. Tanto più che la poverina riesciva ogni dì più vispa e non piangeva più, avvegnachè passasse sovente interi giorni digiuna. Poi si fe' grande, uscì di fanciulla, ed io le aveva messo un amore pazzo. Bestione! La amavo quasi mi fosse figliuola; e la guardai perchè non capitombolasse, essendo fatta belloccia, ed i fottivento la rimorchiavano. D'altronde ella si guadagnava bene la vita, avendole una zingana insegnati certi segreti per pescare nell'avvenire. Ed eccola qui questa galuppa, che sì è fatta rossa come una ciligia di Genova.

—Ella! sclama Gregorio.