—A domani, disse Enrico, e le guide si congedarono.

Al domani infatti, come l'alba si mostrò, tutto era sul punto, e si partì.

Per la regina Berta avevano preparata una specie di barella, che i montanari portavano sulle spalle dandosi la muta quattro per volta. Baccelardo ed Enrico andavano a piedi, muniti di grossi bastoni a punte di ferro. Si cominciò l'ascensione allegramente, perchè il tempo mostrava voler venir bello. Però non stette guari, che delle larghe nuvole bianchicce principiarono ad elevarsi dietro il vertice del monte. Quelle nuvole, a poco a poco dilatandosi e congiungendosi insieme, ondularono da prima placidamente nell'orizzonte. Poi quel loro cullarsi voluttuoso come il manto di un'odalisca che si gonfia alla brezza della sera, addivenne più celere, più violento, il colore bianco si cangiò in cenericcio, poi in bruno, per ultimo in buio perfetto. Intanto regnava una calma solenne, un assopimento mortuario di tutta la natura. Non un uccello, non uno spiro di vento, non un brivido d'arboscello, neppure una parola dei montanari, i quali solamente guatavano di tanto in tanto la cima del Cenisio e gittavano un sospiro. Il cammino d'altronde si faceva sempre più difficile. Affondavano nella neve fino al ginocchio. Sentivano sotto i piedi scricchiolare il ghiaccio di un rumore sordo e profondo, poi di lontano, di tempo in tempo, cader le valanghe come tuoni. Toccavano già la regione del gelo. Puntando i bastoni ferrati, sorreggendosi a vicenda, e facendo catena avanzavano. Ma non così spediti come Giacomo avrebbe voluto, e come il mutamento del tempo richiedeva. Perocchè la regina sentiva già un malessere indefinibile, e come se il cuore le si stringesse. Enrico non si reggeva quasi più sulle gambe, irrigidite dal freddo. Lo assaliva il capo giro, vedeva da per tutto, abbarbagliato, delle larghe macchie di sangue. A Berta dettero alcune sorsate di latte e mele, al re dell'acquavita. Ma fu mestieri di sorreggerlo delle braccia, tanto più che costeggiavano una screpolatura di ghiaccio, nel cui fondo si perdeva la vista. Baccelardo, più uso alle fatiche, curava meno sè stesso che il cavallo, il quale, armato ai piedi di ferri a punte acuminate, allungava i passi, come se volesse strisciar della pancia sul gelo, fiutava il sentiero, e calcava le peste del padrone. Come però si furono scostati dalle sponde di quell'abisso, Enrico si lasciò cadere sopra scarna punta di roccia, e sclamò:

—Che Dio perda questa scellerata montagna! Non reggo più, e credo che a quest'ora ambo le mani siano ite al diavolo, perchè non me le sento affatto.

—Monsignore, udite a me, dice Giacomo, non facciamo ragazzate; perchè quando la montagna si mette di mal umore, non v'ha di meglio che starsene a casa se si può, e raccomandarsi l'anima ai suoi santi avvocati, quando si è a mezzo del cammino. Sicchè dunque, in piedi e trottiamo; perchè mi accorgo già che a questa pettegola comincia seriamente a venire mal ruzzo. Io ne conosco il carattere.

—Il diavolo ti porti con essa, compare! risponde Enrico. Io non ho forza nemmeno di fare un passo lungo come il tuo naso. Trovami in vece dove possa dormire.

—Sì bene, monsignore, soggiunge Giacomo, a casa vostra farete ciò che piace a voi, qui dovete stare alla nostra regola. Vi va della vita, e della vita di tutti. Andiamo.

E sì dicendo tolgono Enrico di peso nelle braccia, e si rimettono in viaggio. Superata così una prima cresta, Giacomo si volge ai compagni e parla:

—Figliuoli, abbiamo guadagnato la colezione. Coraggio: beviamo un gocciolo, rosicchiamo una crosta, ed avanti in nome di Dio, se questa furfantaccia di nebbia, che cala giù pettoruta come un curato che ha finita la predica, ce ne darà ancora il permesso.

E detto fatto, in pochi minuti si sbarazzano dell'asciolvere, e ricominciano la salita. Enrico non avrebbe voluto toglier cibo, non sentendo altra voglia che una irreffrenabile di dormire. Ma gli alpigiani lo costrinsero a mangiare alcuna cosa, bere una tazza d'idromele, e camminare a piedi per ridestare il calore. Varcavano allora una spina, sopra cui appena i danzatori di corda si sarebbero avventurati, una specie di ponte di ghiaccio gittato sur una screpolatura che sprofondava in abissi incommensurabili. Ecco allora che quella nebbia, la quale maestosa e lenta calava dal vertice della montagna, li raggiunge. Distinguevano appena un piede al di là della persona. Una nevuscola sottile come farina di frumento e penetrante come punte di ago gli involgeva. Si dovettero arrestare. I polmoni spasimavano di trafitte acute ed insopportabili. Dopo un'ora però quel nebbione si dirada alquanto; ma un muro di ghiaccio, elevato, quasi a picco, si para loro di fronte.