Le guide si guardano in faccia, e stanno lì presso a proporre di tornare indietro, tanto più che alla nebbia era succeduto il garbino. Se non che, rianimati da Baccelardo e punti da Enrico che li chiama cuori di damme e mal pratici, Giacomo si avventura alla scalata del baluardo. Con le azze cominciano a tagliare un sentiere nella spessezza del ghiaccio, un sentiere a forma di scaglioni serpeggianti onde avessero potuto inerpicarvisi anche le cavalcature, aiutate dagli uomini. Questo lavoro riuscì a maraviglia, quantunque pericolosissimo. Da poichè, se un piede veniva meno a qualcuno, rotolava nell'abisso e perdevasi sotto un trenta piedi di neve. Come però furono sull'erta di quella piattaforma, il vento li prende più gagliardamente. Tentano fare ancora alcuni passi, ma torna loro impossibile. Imperciocchè vedevano calar giù precipitosi dalla vetta immensi castelli di neve girati a turbine, innanzi a cui nulla poteva resistere. Si gittano perciò bocconi sulla neve, si accollano a qualche sporgenza di roccia, e di lontano odono ruinar le valanghe, screpolarsi il ghiaccio sì che ne tremava tutto il monte, muggire il vento furibondo che passava sui loro corpi, trascinando turbini di neve, grandi come palagi di sovrani. Erano intirizziti. I loro volti sformati, fatti piombini; gli occhi sanguigni; l'alito gelato; il respiro difficile. Intanto mezzo le persone restavano seppellite nella neve. I cavalli stessi si erano accovacciati al suolo; e qualcuno, che non fu sollecito, tratto dall'uragano rotolò ne' precipizi facendo udire grido lamentevole e straziante.

Così trascorsero due ore nella più terribile agonia, atterriti, più che dal pensier della morte, da quelle convulsioni fragorose della montagna, che sembrava volersi scardinare e fuggire l'ira della bufera. Quello sbrigliato infuriare però cesse alfine alcun poco. Il vento spirava ancor forte, ma potevano mantenersi in piedi, l'uno attaccandosi all'altro, mercè una specie di gomena, reggendosi ai bastoni ferrati. Il loro andare da prima fu lento; dappoichè, quantunque si fossero sempre agitati ed avessero battuti i piedi per intrattenere il calore, si potevano dire stecchiti dalla neve che come sottil polverio aveva compenetrati i panni, ed agghiadate le persone. A poco a poco però accelerarono, e giunsero alla cima del Cenisio, all'ospizio.

Di questo luogo di rifugio si attribuisce fondazione a Carlomagno, a Luigi il Buono, o ad una certa contessa Adalasia. Sia chiunque, i cenobiti accolsero quella gente con ogni carità, e prodigarono loro quelle cure che lunga serie di sperienze aveva insegnate giovevoli. In poco d'ore, e' furono interamente rifocillati. Si seccarono o mutarono i pastrani; con la neve fecero strofinarsi le parti aggelate; pigliarono ristori di brodi e di cibo. Sicchè, alle due dopo il meriggio si trovavano in istato di principiare la discesa, perchè il sole già fulgido e bello splendea nel cielo, quasi la vicinanza d'Italia lo rallegrasse. Da prima percorsero un po' di piano, costeggiando un lago, che sembrava oramai una tavola di piombo damascata, le cui punte splendevano al sole come prismi di diamanti. Si andò innanzi così per un tratto. Però, come furono al pendio dell'ultima vetta restarono lungo tratto a saziare lo sguardo, che già lontano poteva spaziare sull'Italia per le pianure piemontesi e lombarde, fino alle montagne di Genova. Un grido di gioia prorompe da ogni petto, meno da quello di Enrico. Enrico non sapeva qual fortuna avrebbe incontrata laggiù, e rodevasi nel cuore che egli dovesse percorrere da penitente e da esule una terra dai suoi maggiori percorsa da trionfatori. Si avventurarono poscia alla discesa.

Per l'imperatrice avevano recata una specie di tegghia di cuoio, a foggia degli antichi cocchi, affidata a grosse funi armate di uncini che ficcavano e sficcavano nel ghiaccio. Sopra delle stanghe, inchiodate a croci, eransi allogati i bagagli, anch'essi mantenuti da funi.

—Badate ai cavalli, gridava continuamente Baccelardo, esaminate i ferri; avviluppateli tutti in pelle di montoni, onde, se cadono, non si feriscano a questi diabolici stiletti di giaccio; tenete loro le briglie corte; sempre due di fianco ad ogni cavalcatura ed adagio. Gli uomini scandaglino prima i sentieri con i bastoni.

—Lasci pure, lasci pur fare a noi, bel cavaliere, rispondeva Giacomo. La discesa è più difficile dell'erta; ma la marchesana di Susa ci ha costumati a questi valichi ed a menare uomini e bestie. Però, ascoltino bene. Dove non si va con i piedi bisogna bene aiutarsi con le mani, andar carponi, mettersi sul sedere; dove non si può reggersi in su, occorre scivolare e Dio provveda a che non si scivoli nelle voragini. Quei crepacci sono ghiotti di carne umana, di carne viva. Dio solo ed il diavolo giunge a strappar loro le anime, se pur non vi restano apprese dal gelo.

—Occorrerebbe avere gli artigli con che l'abate di Fulda addunghia i suoi vassalli per calarsi giù a quattro zampe, diceva Enrico a Baccelardo, un po' riconfortato.

—Ovvero la sveltezza con che l'abate di Montecassino corre dietro alle gonne delle sue vassalle, faceva eco Baccelardo.

—Dall'altro lato mi soffocava la nebbia e la nevuscola, qui mi abbacina il riverbero del sole, sclamava l'imperatrice Berta. Gli occhi mi schizzano; credo ne sprizzi il sangue. Veggo tutto rosso.

—È il tramonto, madonna, diceva Giacomo per confortare quella bella creatura, che il desio di vedere la sua terra natia aveva rifocillata, sì che aveva tolte via le bende del collo, del capo e del volto, ed allargate le pellicce.