—Sei contento adesso, o pontefice? domanda Enrico quando fu letto ciò.

—Non ancora, risponde Gregorio. Tu hai firmato dei patti, li hai giurati, ma chi malleva e giura in proprio nome per te che li osserverai?

Questo novello affronto indignò quanti signori stavan presenti.

—Io, giusta la regola del chiostro, dice l'abate di Cluny, non posso giurare, ma sulla mia garantisco la parola del re.

—Ed io giuro, sclama il vescovo di Vercelli, che Enrico manterrà le condizioni.

—Ed anch'io lo giuro, soggiunge la contessa Matilde.

—Ed io pure, risponde Adelaide.

E così giurarono del pari Azzo d'Este, Eppone vescovo di Zeitz e molti altri signori italiani e tedeschi. Allora Ildebrando dà ad Enrico la benedizione e l'abbraccio di pace. Quindi, scendendo dal suo soglio e mettendosi alla testa del corteo, esce dal castello, muove alla cappella e comincia la messa. Alla consacrazione dell'ostia e' fa accostare il re all'altare, ed innalzandola sovra il suo capo con voce solenne sclama:

—Re di Germania, tu ed i tuoi seguaci ci avete accusati di aver, per simonia, usurpata la santa sede, macchiato di sacrilegi il santuario e la nostra vita di nefandi delitti, sì che avevamo meritato bando dall'altare. Potremmo confondere la calunnia con la testimonianza dei vescovi, che sanno come noi fossimo vissuti e nel chiostro e ministro dei papi, e collocato sul settemplice candelabro del tempio. Pure, perchè nessun'ombra offuschi lo splendore tremendo della tiara, non ci appelliamo alla giustizia degli uomini, ma provochiamo il giudizio da Lui che scruta i cuori e trova macchie nel sole. Il corpo vivente di Cristo, che dobbiamo inghiottire, attesti al conspetto del mondo l'innocenza del suo vicario. Iddio onnipossente dissipi quest'oggi il sospetto se siamo incontaminati, ci fulmini di morte se rei.

E sì dicendo, acclamato da tutti, inghiotte la particola. Indi si volge ad Enrico e favella: