Gregorio si era costituito in quell'altezza maggiore che l'uomo sopra l'uomo può alzarsi. Aveva però compressa una molla elasticissimamente temperata, e così bruscamente, e con tanta violenza, che doveva aspettarsi per fermo reazione non meno ostile nè meno ostinata. Perocchè non solamente egli aveva gravata la mano sull'incauto re, venuto a penitenza, ma lungi dal perdonarlo, come quegli aspettavasi, con tradimento lo aveva rimandato per l'assoluzione al tribunale stesso, che avanti e' non aveva creduto competente, gli aveva interdette le divise regie, ed imposti patti vergognosi, a fine di tornarlo pienamente ligio e vassallo della Chiesa e dei pontefici. Ond'è che gl'Italiani, i quali niuna amorevolezza gli avevano mai posta per la sua troppa severità, gli tolsero affatto adesso ogni riverenza. Gl'Italiani vedevano conculcato con tanta petulanza l'onore del trono, da cui dipendeva l'unione e la franchigia del popolo. Vedevano rassodarsi il dispotismo teocratico del pontefice e lo temevano nemico più aspro, che Enrico mai non si era mostrato contro lo spirito di municipio e la costituzione dei comuni che allora cominciavano a pigliar vita. Per lo che, non dissimularono nè il loro sdegno, nè il loro sprezzo contro Enrico, che aveva siffattamente prostituita la dignità di re e la maestà dell'impero, nè il loro corruccio contro il vescovo di Roma che all'impero si sostituiva e sovraponeva. E di là comprendendo quanta arroganza avrebbe addimostrata per l'avvenire un pontefice, già per sè stesso intollerante e dispotico, contro di lui bandirono guerra, contro Enrico disdegnosi tumultuarono.

Ma Enrico non era tal uomo da non saper profittare dell'opportuna disposizione degli animi. Da Canossa si reca tosto a Reggio, dove vescovi e signori lo attendevano per penetrar chiari nei suoi disegni, e sapere a quale determinazione pensasse attenersi. Egli si giustificò. E lo credettero. E non vi fu più mestieri di sprone per mettersi sulla via di rompersi con Gregorio.

La guerra si dichiarò. Gli antichi amici di Enrico di Germania scesero in Italia. Da ogni terra italiana a storme cavalcavano militi al campo di lui, ed i nobili gli prestavano omaggio, gli giuravano fede gli ecclesiastici, forniva la plebe vettovaglie e danari.

Vuolsi che a quell'epoca, in un eccesso di divozione, avesse Matilde dichiarata la Toscana e la Liguria, paterni ed assoluti dominii, patrimonio di S. Pietro. Questa donazione però, è contestata da gravi e spassionati scrittori, ed assai dubbie sono le tracce negli antichi cronisti, sì che i soli spigolisti vi leggono chiaro. Ad ogni modo, voce ne corse in Italia, e l'imperatore avrebbe tolta ragione anche di quest'altra rapina, come erede della contessa, se Gregorio, per allontanarlo d'Italia, non avesse soffiato coi suoi legati nelle cose di Lamagna, e macchinata trama che miserie, morti e delitti infiniti originò.

La Germania, spartita in fazioni come l'abbiamo lasciata, divampava ogni giorno peggio dopo la discesa del re in Italia. Aspettava ansiosa la composizione del pontefice e del re, e trepidava, non sapendo a quali patti sarebbesi fatta. E come Rodolfo di Svevia, capo dei nemici di Enrico, udì che questi già riabilitato capitanava un esercito d'Italiani, comprese subito che, colte le opportunità, se lo avrebbe veduto piombare nel paese, dove a quell'ora partigiani moltissimi lo attendevano e sollecitavano. Intimò perciò dieta di nobili tedeschi a Forcheim, pregando tutti intervenire, e provvedere in comune alla salute dell'impero e della Chiesa. Gregorio, che avrebbe ambito mettersi in mano la somma delle cose di Lamagna, udito della dieta, alla quale oratori di Rodolfo lo invitavano, richiese Enrico, che barricava le Alpi, di un salvocondotto per recarvisi. Enrico gliel rifiutò. Allora Gregorio, per mezzo di corrieri, manda ai suoi legati doppio protocollo d'instruzioni, pubblico l'uno e tutto affusolato di pace e di carità, l'altro segreto cui la storia ha potuto sospettare, non mai stabilire per fermo.

I legati, arrivati già in Germania, cominciarono a tentar pratiche presso i signori della dieta per soppannarli dei loro principii e dei loro disegni.

Il giorno della dieta giunge. Radunati a Forcheim l'arcivescovo di Magonza, i vescovi di Wurzburg e di Metz coi prelati delle loro diocesi, i duchi Rodolfo di Svevia, Guelfo di Baviera e Bertoldo di Carintia alla testa di margravi, conti, baroni, valvassori e quanti mai stessero dalla parte dei Sassoni, i legati mostrarono le lettere di credenza ed all'assemblea si presentarono. Poscia, primo Rodolfo, e dietro a lui gli altri in ordine di grado e di autorità, principiarono a lungamente produrre accuse di ogni maniera contro Enrico. Non è a dirsi di quanti delitti quei signori, tutti a lui nemici, lo accagionassero! Rodolfo ed il conte di Nordheim, che avevano animo nobile, prendevano a schifo l'impudenza di quei vili. Ma i legati, che nulla meglio cercavano, fingendo i peritosi, lodarono la lunganimità e la fedeltà dei nobili tedeschi per avere fino a quel ponto tollerato sì pazzo e crudele monarca. Conchiusero che, se non volevano ulteriormente tentare Iddio, e l'animo paterno di papa Gregorio addolorare, bisognava privarlo di regno ed eleggere un altro re. I principi, prevaricati di soppiatto, acclamarono il partito. Ma i legati che conoscevano di quanta delizia Gregorio vagheggiasse esser l'arbitro supremo nella contesa, supplicarono la dieta, non procedesse all'elezione prima della venuta di lui, ora bloccato in terra lombarda senza potere nè rientrare a Roma, nè le Alpi varcare.

I principi tedeschi non rifiutarono da prima, ma la notte considerarono com'e' fossero depositari della sovranità nazionale, che il papa non era balio dell'impero e non aveva dritto nè consultivo nè deliberativo nell'azienda dello Stato. Laonde alla tornata del domani, Ottone di Nordheim dichiarò ai principi ed ai legati: che, essendosi stabilita la deposizione di Enrico, gli era pericoloso lo attendere; mal condursi senza capo il governo, non patire l'intervento del papa nè le leggi, nè l'onor dell'impero, e che avrebbero creato il novello monarca senza aspettarlo niente affatto.

Per lo che, non curando le contestazioni dei legati, le diverse classi dei nobili si divisero in separate consulte. Ma siccome ciascuno aveva particolari interessi ed ambiva guadagni dalla qualità di elettore, così presero a metter fuori pretensioni, patteggiare, aprir mercato, sì che di tanto solenne attributo si sarebbe fatta vendereccia prostituzione, se i legati, assumendo dritto di regoli, non avessero dato in sulla voce ai petulanti ed agl'ingordi. Stabiliti prima alcuni canoni generali, i nobili ed il popolo delegarono ai prelati alemanni la prerogativa dell'elezione. Sigofredo, arcivescovo di Magonza, che aveva il primo voto lo diede a Rodolfo di Svevia. Adalberto di Wurzburg imitò Sigofredo; e l'esempio dei capi trasse dietro l'assentire del clero. Ottone, Guelfo e Bertoldo aderirono alla sentenza dei vescovi. I legati la sanzionarono, sapendo come caro a Gregorio fosse lo Svevo, per età, per costumi, per nascimento ed ingegno a quell'onore non disadatto.

Però come a Rodolfo, nel letto travagliato da febbre, Ottone di Nordheim, commissario della nazione, andò a recarne novella, quegli titubante rispose: