Infatti questi, dopo aver celebrata la Pasqua a Verona, per la via che d'Aquileia mena al Friuli, alla testa di truppa lombarda penetrava nella Carintia. Poi non appena ebbe messo piede in Lamagna, comandava brillante esercito a lui devoto per volontà non per obbligo di feudale servizio.

Rodolfo che ogni dì assaporava novelle amarezze per le città che gli chiudevano sul viso le porte e gli mandavano ambascerie d'ingiurie, per le diserzioni che provava nei ranghi dei suoi partigiani, con soli cinquemila Svevi schivò la pugna ed entrò in Sassonia. E' lasciò Enrico inoltrarsi nel paese a dare il guasto, e muovere per la fedele Augusta dove mille altri cavalli della città lo raggiungevano. Enrico traversò la Baviera desolando, e vene a Ratisbona. Quivi il patriarca d'Aquileia gli condusse novella squadra di Lombardi che a loro volta, dopo essere stati tante fiate visitati dai Tedeschi, cercavano a menare le mani nelle terre di loro. Luogotenente di quello squadrone era Baccelardo seguito da un paggio. Egli si presentò al re. Allo scorgerlo, Enrico aggrotta fieramente le ciglia, non avendolo più visto dopo la trista avventura di Guiberto. Baccelardo piega a terra il ginocchio e sommessamente mormora:

—Sire, io vengo a mettermi a mercè di vostro valore.

—Alla mercè? per che cosa? dimanda Enrico.

—Sire, soggiunge Baccelardo, per l'appiccagione dell'arcivescovo di Ravenna, e per avervi lasciato senza torne licenza.

—Per Nostra Donna di Goslar! sclama Enrico, bisogna dire che tu sii veramente uno scomunicato, che ti imbratti così per gioco le mani nel sangue degli unti!

—Vi dimando perdono, sire, se oso appormi che non fu mica per giuoco.

—E perchè dunque, messere, se Dio ti aiuti?

—Sire, un uomo che è scomparso dalla faccia della terra come fuoco fatuo, quasi per testamento mi aveva confidata una giovane che apparteneva a nobile famiglia d'Italia, onde l'avessi protetta e le fossi stato amico e fratello. Nel metter piede nelle vostre stanze, sire, trovo questa donna dinoccolata dal lungo dibattersi, svenuta fra le braccia dell'arcivescovo. Lo sdegno mi acceca; e cedendo ad un impeto primo lo assalto, lo ferisco, lo disarmo, lo prostro, e stringendogli la gola col balteo della mia spada, non tanto forte veramente, l'appendo al camino. Indi, per salvarmi dall'ira di vostra possanza, con la donzella svenuta com'era mi partii. Ecco, sire, la mia colpa, punitemi se vi piace.

—Capestro di un arcivescovo! sclama Enrico ridendo. E la giovane era bella, eh!