—Sì, sire; ma fosse stata laida come la maga di Endor, il mio dovere di cavaliere m'imponeva difenderla da ogni oltraggio, quand'anco non mi fosse stata affidata a proteggerla.
—E cosa hai adesso fatto di lei, messere?
Baccelardo esitò un momento a rispondere, poi disse:
—L'ho collocata tra le benedettine di San Sisto di Piacenza, sire.
—Sta bene, risponde Enrico; ti perdono l'attentato sacrilego, perchè nobile fu la cagione che ti spinse, e perchè niun male da ciò avvenne, sendo noi arrivati a tempo per salvare quel povero arcivescovo. Pensa però a meritarti la nostra grazia ed i nostri favori con quell'ardimento che suoli, ed a combattere da valoroso nella campagna che stiamo per aprire.
—Non chiedo meglio, sire, risponde Baccelardo inchinandosi, e rientrando negli ordini dei suoi.
Le ostilità infatti cominciarono. Alle sponde del Neckar, più volte Rodolfo gagliardamente armato chiamò il nemico a giornata, e parzialmente il re disfidò. Ma il re, che di truppa gli era inferiore, ogni partito ricusò, e mandò parlamentario per introdurre pratiche di pace. Enrico e Rodolfo si abboccarono. E' convennero di una tregua; e fissarono che i dritti e le ragioni di entrambi avrebbero esaminati i principi della dieta che intimavano in riva al Reno. Conchiuso il trattato, Rodolfo licenziò le sue genti e si ritirò in Sassonia. Enrico non si mosse. Anzi, ricevuti i rinforzi, si gittò nella Svevia, e sarebbe penetrato in Sassonia, se i principi constituitisi mallevadori della tregua non lo avessero arrestato. Saputasi l'infrazione dei patti, Rodolfo convoca a Goslar assemblea di patrizii e di vescovi, ove i legati del papa scomunicano novellamente Enrico, e le insegne reali gl'interdicono.
Enrico non curò gli anatemi. E' corse, a danno dei nobili e dei prelati avversi, il paese, e la battaglia andò a presentare al nemico. I due rivali si scontrarono nelle pianure di Melrichstadt alle sponde della Strewe. Dubbio e terribile fu l'urto. Quelli di Enrico finalmente sfondarono e cacciarono in rotta i partigiani di Rodolfo. I Lombardi sovra tutti, demonii capitanati da un demonio, dietro loro lasciavano solco di cadaveri come vi fosse strisciato il fulmine. Rodolfo tentò invano ricucire i fuggitivi. Ed e' credeva già perduta la pugna, allorchè Ottone di Nordheim, gridando la parola dei Sassoni: San Pietro! San Pietro! si rovescia sulle genti di Enrico ed a sua volta le sgomina.
Rodolfo passò la notte sul campo a celebrare la vittoria. Ma al domani, 15 agosto, Enrico ricomponeva le schiere, riprendeva Vurzburg, ed offeriva novellamente battaglia ai Sassoni che la schivarono. Il re fece affardellare il bagaglio, bruciare il resto, e si diresse a gran giornate a Smalkalda, mentre i suoi guerrieri saccheggiando il paese celebravano il trionfo cantando. I Sassoni si attribuirono l'onore di questa vittoria per essere restati padroni del campo. Ma la loro non era che illusione, dappoichè avevan perduta tanta gente che, al domani, non potevano trar profitto dallo scheltro di truppa malconcia che restava ancora.
Questa però non fu che foriera di battaglia più terribile, quella di Fladenheim. La quale, ferocemente combattuta da ambo le parti, e da ambo le parti guadagnata da un'ala perduta da un'altra, indusse Rodolfo a scrivere al pontefice, che con lui godesse della vittoria, ed Iddio ne ringraziasse. Però Gregorio riceveva due messaggi ad un tempo.