Sul finire di giugno il concilio si aprì. Vi trassero tutti i vescovi di Lombardia e moltissimi degli altri Stati d'Italia, tutti prelati partigiani di Enrico, sì che essi soli avrebbero composta numerosa curia, tutti i capitani e gli ottimati dei due eserciti italico e tedesco, quasi tutti i signori dell'impero che pel re tenevano, ed egli stesso. Si passò a rassegna con severo scrutinio la vita di Gregorio. Se ne ponderarono le opere, se ne interpretò lo spirito, si discussero tutte le riforme che aveva volute introdurre, si scese alla sua condotta privata, alle relazioni, ai disegni, ai gusti, alle passioni, e dopo averlo esaminato d'ogni lato con acuta penetrazione, con inesorabile sangue freddo fu giudicato e pubblicato il decreto che lo deponeva dalla sedia di Pietro.
Indi proclamarono papa l'arcivescovo di Ravenna. E mentre Enrico ripassava in Lamagna per dar l'estremo crollo al suo rivale, Guiberto, ora Clemente III, sormontava il Brenner, accompagnato da splendido corteggio di vescovi e di nobili, scendeva in Italia, si metteva alla testa degli uomini d'armi, di quaranta vescovi e meglio di duecento baroni, assaltava le terre toscane e le correva a guasto, ed a Volta presso Mantova, avendo sotto la sua condotta lo stesso secondogenito dell'imperatore Enrico, investiva le numerose truppe di Matilde e riportava completa vittoria.
E Gregorio aveva ad un tempo la novella della sua deposizione, quella dell'elezione di Guiberto, quella dell'invasione della Toscana, quella della vittoria di Volta sopra la sua bella penitente, unitamente ad un'altra, che più di tutte lo spaventò, da un foglio grazioso del suo amorevole fratello Guiberto, ora come abbiam detto, Clemente III.
Enrico, recatosi a Ratisbona vi congregava una dieta, dove intervenivano i grandi della sua fazione, i condottieri dell'esercito, Federico il bellicoso, conte di Staufen, sire di un castello sul cucuzzolo più sublime delle Alpi, e Goffredo di Buglione, quel pio Goffredo
che nel purpureo ammanto
Ha di regio e d'augusto in sè cotanto!
Goffredo, discendendo da Carlomagno per parte del padre, e dai re lombardi della madre, sembrava
Veramente costui nato all'impero,
Sì del regnar del comandar sa l'arti,
E non minor che duce è cavaliero,
Ma del doppio valor tutte ha le parti:
Nè fra turbe sì grandi uom più guerriero
O più saggio di lui potrei mostrarti.
Enrico si alzò da sedere, e prendendo il gonfalone dell'impero, appoggiato al suo soglio, si trasse presso al giovane duca, e gli disse:
—Messer Goffredo di Buglione, questo, come vedi, è lo stendardo dell'impero: te lo affido a portare nella campagna che siamo per aprire, e riposo sicuro che, sia che fossimo vinti, sia che vincessimo, mel renderai incontaminato.
—Mercè, sire, dell'onor grande che mi fate, rispose Goffredo, piegando a terra il ginocchio e stringendo la bandiera; la difenderò per quanto Iddio mi darà di forza e di vita.