—Mercè a voi, monsignore, rispose il re, che in questi generali dissidi mi avete mantenuti obbedienti i miei bravi Italiani.

—Sire, soggiunse l'arcivescovo, io conosco di buon lato che Vostra Altezza soffre questi guai per aversi meco voluto mostrar grazioso ed avermi colmo di favori. Quel diabolico uomo di mastro Ildebrando non perdona mai per proprio stile; me poi non vuole udire neppure se dovesse dannarsi, e semina i triboli sopra quanti usano meco e di grazie mi largheggiano. Ecco donde la frega di toglier via le investiture, di abolire le mogli, e' che già si ha rubata la mia, e le liti che v'intenta per avermi fatto arcivescovo. Vedremo, però, chi di noi vincerà la puntaglia. Io sono già alla testa di ottocento lance e duemila balestrieri a piedi. Gli altri prelati e signori italiani vi formano esercito meglio di quattromila cavalli e diecimila arcadori, tutti pronti al vostro cenno e caldi di entusiasmo, per morire con voi o vincere.

—Ed il resto d'Italia, monsignore? dimanda Enrico pensieroso.

—Del resto d'Italia, sire, quelli che ricordano la vittoriosa memoria di Enrico III, trepidano, e predicono giorni funesti. Dappoichè duole ad ognuno la guerra cittadina ed il guasto della patria. Quelli che han ricevuto onta da Gregorio rimangono inflessibili a rimbeccargliela più amara e crudele; e questi sono i più ed il meglio delle Provincie italiane, tutti alti membri del clero e feudatari. Vi ha infine la gioventù, fastidita dell'inoperosa anarchia in che, per la lunga assenza della grandezza vostra, Italia hai gemuto, e della vita ingloriosa che trascina. E questi, nemici naturalmente di un papa severo ed orgoglioso che vorrebbe fare del mondo un cenobio, e degli uomini dei servi del clero, anelano a nuovo ordine di cose, a destino più nobile, a libertà e gloria. Per modo che, sire, dove appena mandiate bando di esser venuto per sostenere Italia nell'indipendenza dei suoi diritti, e di mettere, a ragione questo petulante pontefice, confirmando le franchigie del clero e dei laici, e volendo salde e riverite le antiche constituzioni dell'impero, tutta Italia alzerà una voce sola di giubilo, e vi troverete a testa di un esercito di cui mai maggiore ne levarono gli antichi tempi, nè la Germania.

—Sire Iddio, sclama l'imperatore scintillando negli occhi, fa che io mi vendichi del figlio del falegname di Soano e di quei traditori miei vassalli, e poi rinunzio senza sconforto alla vita ed all'impero.

—Vi è anche di più, sire, soggiunge Guiberto, il concilio che ho raccolto a Pavia ha condannato Gregorio come eretico, e lo ha deposto dalla sede di Pietro, in conformità del sinodo di Worms.

—E gliene avete fatti intimare gli atti?

—Sicuramente, dal vescovo di Bovino, anch'esso qui fuori ansioso di prestarvi omaggi per sè e pel suo padrone, Roberto Guiscardo.

—Ah! l'ardito conquistatore?

—Sì, sire, ed udrete quali generose profferte e' manda a farvi pel suo ambasciadore.