—E veramente tu mi perdoni, Alberada?
—Di poca fede! lo rimprovera colei. Cristo non perdonò egli forse i suoi nemici? In altri tempi mi sarei mostrata inesorabile. Ora che conosco le triste vicende della sorte e le amaritudini della vita, ora che sento avvicinarsi il periodo del rendiconto, voglio inebriarmi del soave diletto del perdonare. E l'Eterno possa usare misericordia ancora alle mie peccata.
—Pia donna, che Iddio ti esaudisca e ti prepari giorni migliori! Sento che io non posso per te far altro che ammirarti, ed impetrare dal cielo le gioie che, per inesorabile destino, ti ho tolte.
—No, santo padre, voi potete ancora qualche altra cosa. Promettetemi di non arrendervi se prima non mi rivedrete venire in questo castello a correre una sorte con voi. Io andrò fuori, ed Iddio forse benedirà i miei passi, come benedisse quelli di Giacobbe e di Giuseppe. Cercate accordi all'imperatore, procrastinate la resa fino a che io non ritorni. Ho un presentimento.... Basta, non mi rifiutate questo grazia.
—Ma che mediteresti tu di fare, Alberada?
—Ciò che io solamente posso, se Iddio vorrà secondare le mie speranze, come secondò quelle di Giuditta.
Ildebrando la fissa in volto attentamente, poi dimanda:
—Tenteresti forse anche tu, Alberada, l'opera santa della Betuliese?
—Io non sono destinata ad opere di sangue, Ildebrando, quella risponde, la mia missione è di pace e di carità. Astenetevi, ve ne supplico, dall'interrogarmi. Le inspirazioni celesti non sottoponete allo squittinio degli umani giudizi. I vostri dubbii mi potrebbero sconfortar dall'impresa: ed io avrei un giorno a rimproverarmi del male che vi potrebbe avvenire. Mi promettete voi di non cedere, se pria non avrete novella di me?
—Te lo prometto, Alberada. Acconsentirò a tutti i patti del Filisteo: ma di qui non uscirò se pria o tu non verrai a cavarmi d'ogni speranza, colui, nell'ebbrezza dei suoi trionfi, come a Canossa, non si umilia ai piedi miei. Va, l'angelo di Tobia ti sia per compagno.