Ed una sera Roberto, che nulla ancora degli accordi sapeva e di saperli smaniava, dai veroni del castello di Durazzo vede spuntare in alto mare una galea, cui forte vento gonfiava le vele latine ed alla città dirigeva; e dopo non molto ne scorge una seconda che studiava tenerle dietro. Egli manda subitamente al porto per ricever novelle de' suoi Stati, se pur di colà quei vascelli fosser partiti.

V.

Perzho non dei amor ocaisonar
Tam cum los oilliz et cor ama parvenza,
Car li oill sin dragoman del cor,
E ill oill van vezer
Zo col cor plaz retener.

Emblanchacet.

Roberto non s'ingannava. La sua bandiera sventolava su la galea che a vele gonfie entrava nel porto di Durazzo, ed era su quella il suo flgliuol Boemondo. Nell'altra un legato dell'arcivescovo di Ravenna con seguito brillante di cavalieri e di ecclesiastici, e misto a staffieri, paggi e chierici un romeo, che a forza di prieghi aveva ottenuto esser quivi traghettato per poscia condursi in Terra Santa. Quella gente tirò dritto all'albergo del duca, il quale, udito del messo, nobilmente lo accolse. Questi era Rolando da Siena, quell'ardito chierico che in mezzo al concilio di Roma aveva osato intimare a papa Gregorio gli ordini dell'imperatore Enrico. Roberto lo festeggiò di ogni onorevole e lieto accoglimento, imperciocchè, oltre della divisa di oratore, altamente aveva Rolando lasciato dire di sè e nelle guerre di Germania ed in quelle d'Italia, e da sezzo nello assedio di Roma, ove tra i più distinti e valorosi cavalieri si era allogato.

La sera si trascorse a novellare di guerre e di prodi fatti di parecchi cavalieri, che Rolando aveva conosciuti, e di cui Roberto onorevolmente aveva udito favellare. Alla dimane però, come questi si recava nella gran sala per dargli udienza, ed ascoltare del messaggio di papa Clemente, l'araldo d'armi gli annunzia ancora un legato di papa Gregorio che dimandava medesimamente essere a lui presentato. Roberto maravigliato e nel tempo stesso lusingato del doppio messaggio, comanda che, esaminati i brevi di credenza dell'oratore di Gregorio, lo si facesse entrare.

In effetti, perchè tutto a punto si trovò, nel mentre di un uscio spuntava Rolando con seguito numeroso, di un altro, solo e modesto appariva il romeo. Rolando si ferma a due passi dal soglio, coperto da baldacchino, sul quale sedea Roberto involuto nel ducal paludamento, in testa la corona. Ma il romeo procede fino ai gradini di quel soglio, e presa la mano di Roberto per baciargliela, solleva di alcun poco il capperuccio, e con voce sommessa e commossa sclama:

—Messer duca, in nome di Dio! arrendetevi alle parole che sto per dirvi.

A quell'aspetto, a quell'accento, Roberto trasalisce. Mutato di colore, per isfuggire lo sguardo penetrante di Sigelgaita che attenta lo fissava, stringe la mano del romeo, e quasi del troppo ossequio di lui peritasse, risponde:

—Mercè, santo pellegrino! tocca a noi poveri peccatori tributarvi questi segni di veneranza.