Il romeo si alza e trattosi indietro attende che giungesse il suo momento di favellare. Rolando intanto per uno sguardo che aveva qualcosa di schernevole e di curioso lo sta a considerare un tratto, poi voltosi al duca favella:

—Monsignore, il santo padre Clemente v'invia salute ed apostolica benedizione. Penetrato della divozione che avete dimostrato alla Chiesa, malgrado gli oltraggi dell'antipapa Gregorio, non ha voluto soffrire che più lungamente sì nobile guerriero giacesse nell'interdetto. Mastro Ildebrando vi fece gravi torti. Papa Clemente, che da lunga stagione vi conosce ed ammira, mi manda a voi per togliervi la scomunica indebitamente fulminata.

—Gran mercè, ser. Rolando, al papa ed a voi che ci gratificate di questi attestati di amore. Gli è ben vero che Gregorio agì con noi ostilmente. Ei credette poter aggravare la mano, postaci sul collo da Niccolò II, e si allucinò. Doveva rammentare che i tempi non eran più quelli, e che noi non eravamo davvero vassalli della Chiesa, conciossiacchè tali ci fossimo profferiti un dì che la fede dei popoli, da noi conquistati, ci parve vacillare. Spero in Dio però che a quest'ora e' si sia ricreduto; dappoichè, ad onta delle reiterate scomuniche, ci ha sempre secondato sorte avventurosa. Pace dunque allo sventurato; ed abbiate la cortesia, messer Rolando, di esporci cosa mai la santità di Clemente III righiegga, in compenso della benedizione che ci manda.

—Nulla di più, monsignore, di quello che per gli altri pontefici avete fatto. Egli vi accorda investitura degli Stati finora da voi conquistati in Italia, e di quelli che in Grecia saprete conquistare: egli vi richiama nel grembo della Chiesa, e, come figliuolo della Chiesa, vi benedice. Non richiede perciò da voi, monsignore, se non che, come cristiano e come vassallo della sede di Roma, gli giuriate fedeltà e prestiate omaggio.

—Se il mio nobile padre volesse degnarsi di concedermi la parola, sorse a dire Boemondo, io risponderei....

—Cosa risponderesti? domanda Roberto un po' accigliato.

—Io risponderei a costoro, che noi non abbiam conquistato le terre d'Italia per servire ad alcuno: che quelle terre noi affrancammo dal dispotico giogo dei Greci, o sottraemmo all'insolente dominio degl'imperadori di Occidente: che questi soli dovrebbero domandar segno di ossequio da noi, ove noi volessimo accordarne a gente che ben sapremmo ridurre a ragione con la spada. Ma al vescovo di Roma che briga poteri per niuna maniera dovutigli, e ricorre alle armi spirituali da Dio non concesse per profanarle in usi sacrileghi, risponderei....

—Figliuolo, Roberto lo rampogna, il vostro senno si farà maturo cogli anni, ed allora vi chiameremo a darci consigli. Per ora piacciavi di ascoltarci e di apprendere con quale temperanza si governino i popoli.

Sigelgaita, che odiava Boemondo perchè figlio di Alberada, approva della testa. Roberto continua:

—Voi dunque, messer Rolando, risponderete all'arcivescovo di Ravenna, o, se meglio vi piace, a Clemente III, che noi non siamo per verun modo alieni dal profferirgli quei segni di veneranza che ci piacque profferire ai suoi antecessori. Però papa Gregorio vive ancora, nè ancora è decaduto dalla sedia di Pietro. Che perciò noi, fedeli alla Chiesa ed addolorati del suo scisma, ci asterremo dal dar prove di rispetto al novello pontefice per tema che il nostro esempio non seduca altrui. Ma faccia che il consentimento di tutti i prelati d'Europa lo proclami vero pontefice, ed allora noi gli giureremo obbedienza, e torremo qualunque fede ad Ildebrando.