—Che ti affoghi la peste, mariuolo di pellegrino! scoppia Rolando che or rosso, or verde nel sembiante si era a mala pena contenuto fino a quel punto. Che domine affastelli tu, con codesti guaiti da sgualdrina, di pontefice e di Gregorio? Per la santa luce di Dio! il pontefice è Clemente, e mi sento prurito di strozzare chiunque voglia venirmi a cantare altra solfa. M'intendi? Ed a dire che ho raccolto con me nella galea quel bel mobile di un tisico!

—Messer legato, voi mi fate ingiuria indebitamente, ed io affido a Dio la cura di dimandarvene conto. Voi avete esposto il messaggio del vostro padrone, ed io mi sono taciuto, perchè ciò mi conveniva. Non so perchè però voi sorgiate ad insultarmi quando io prego di porgere ascolto alle instanze dello sventurato Gregorio. Se non il riguardo di me, messere, perchè pei vinti non v'han riguardi, dovevate rattenervi per quella nobile dama, e per questo giovane, che è nell'età di apprendere azioni civili e generose.

Rolando stava lì per rispondere, ma Roberto gli taglia la parola, tanto più che ferocemente vedeva accigliare il suo figliuol Boemondo, e soggiunge:

—Signori, abbiamo udito le proposte di ambo i pontefici, ed in che modo essi intendano valersi dell'opera nostra. Prima di darvi risposta e' ci è d'uopo riflettere alle condizioni in cui ci troviamo, e ciò che a noi convenga di fare. Udremo ancora i nostri fedeli, e domani sì voi, ser romeo, che voi, messer Rolando, saprete il partito a cui saremo per appigliarci.

—Voi farete il vostro piacimento, monsignore, risponde Rolando, e vi atterrete a quel consiglio che stimerete il migliore. Però gli è bene che abbiate presente, la parte di Clemente esser quella di tutta Europa, e che i scarsi e mal sofferti proseliti di Gregorio tornano esosi ad ognuno come il loro capo. Vi rammenterete inoltre che l'obbedienza cui giurerete a Clemente è garante delle grazie che troverete presso di Enrico, e delle quali, se mal non mi avviso, avete pur d'uopo; imperciocchè questi è in Italia ed alla testa di armata potente, e voi, mentre battagliate in paesi stranieri, lasciaste sguarniti e poco difesi gli stati di Puglia e di Calabria. Voi siete prudente ed avveduto, monsignore; le troppe parole tornano inutili.

—Mercè dunque della pena che vi prendete di dirle, messer legato, risponde Roberto crollando il capo bruscamente. Le considerazioni che dovremo fare ben sappiamo. Voi tentate d'intimidirci con codesto prospetto, ma perciò appunto c'indurreste a correre dal lato opposto, perocchè noi amiamo andar mai sempre contro l'opinione e l'aspettativa d'altrui. Nondimeno, a domani, messer legato.

—Ed io, monsignore, soggiunge il romeo, mi rassegno innanzi al voto che sarete per profferire. Alla perfine, se tutti gli uomini abbandoneranno lo sventurato sacerdote, lo proteggerà Iddio che suol farsi compagno degli oppressi. Tra le sue disgrazie avrà sofferta ancora l'onta del rifiuto, ed il disinganno di aver pensato generoso il nemico. Temistocle non avrà trovato il suo Serse.

—Ser pellegrino, lo rabbuffa Roberto, Gregorio VII, creatura orgogliosa che giammai avventurò nè parole nè opere, sapeva meglio di voi a qual uomo si dirigeva. Andate, ed a domani.

E sì dicendo si alzava, ed i messi, inchinandolo, uscivano.

Dopo un poco di silenzio, Sigelgaita fissa gli sguardi su Roberto e dimanda: