Al terzo giorno di quell'orgia di sangue però il popolo si scosse. Cencio, il duca di Cosheim, che dentro Roma con un manipolo di soldati tedeschi si era fortificato nel septifolium, alcuni patrizii ed Oddo s'accorsero dell'ammutinamento, ed uscirono dalla mole di Adriano. Indi stuzzicando i più timidi, infiammando i più audaci, allestirono conventicole, raccolsero, aizzarono, armarono il popolo, ed uniti in grossi drappelli piombarono addosso alla truppa del duca di Puglia.
La colsero alla spicciolata, avvinazzata, stanca, scarsamente armata, indebolita dalle veglie e dalle libidini su per lupanari e per chiese. E ne fecero così grave macello, che Roberto dal suo torpore si destò. Il conte Oddo infrattanto con un pugno di arditi transteverini, ed il duca Ulrico di Cosheim con i Tedeschi, avevano sbrattato palazzo Vaticano della guarnigione calabrese, e vi assediavano il papa. Guiberto, avvisato, con rinforzi era per rientrare nella città. Voci altissime per chiassi e per piazze levavansi.—Morte a Ildebrando, morte a Guiscardo! I Saraceni ed i Normanni, venuti alle prese nel Foro con certe bande comandate da Cencio, fuggivano. Un subbuglio, un imprecare, un romor d'armi, un sonar di campane a martello, un assassinio continuato, senza riguardi di luoghi, di sesso e di età.
Guiscardo comprende di un lampo a qual pericolo si trovasse, ed a qual repentaglio stesse per mettere vittoria, vita ed esercito. Ordina quindi a quei capitani suoi, che gli venne fatto poter accozzare di subitamente richiamare i soldati alle bandiere e di suonare a raccolta. Ed ei si reca dal pontefice alla testa dei fedeli Normanni, meno degli altri sbrancati alla rotta. Essi non ebbero a far poco per aprirsi il cammino. Spazzano Vaticano dagli ordini fitti che lo assediano e già ammaniscono tormenti da breccia e scale per penetrar dentro ed impossessarsi del pontefice. Combattono contro i soldati dei Cosheim e di Oddo; penetrano nel palazzo.
Gregorio non si era per nulla turbato, forse non si era neppure di nulla avveduto, e scriveva lettere a tutti i legati suoi, sparsi per l'orbe cristiano, onde annunziare il trionfo del Signore. E' non curava l'insurrezione del popolo, non il pericolo che correva l'esercito liberatore, non il massacro di tante vite. Godeva del trionfo; godeva dello sterminio dei nemici suoi. E non era sazio, non stanco di additare novelle vittime al supplizio ed alla proscrizione. La vittoria lo aveva ubbriacato. Viveva in un'atmosfera che tutto, umanità, religione, carattere gli faceva obbliare. Giunge a tempo Roberto per destarlo da quel sogno, o meglio da quel deliramento di sangue.
—Santo padre, prende a dire il Guiscardo, è ora finalmente di far desistere da tanto eccidio, e partire.
—Così presto! sclama Gregorio sorpreso e scontento.
—Non è già presto, santo padre, risponde Roberto, gli è anzi tardi, forse troppo tardi perchè ci resti ancora scampo a fuggire. Non è momento di lusinghe adesso.
—Fuggire, mormora Gregorio rizzandosi ed aggrottando le ciglia. Temereste voi forse questa sgualdrina di plebe codarda e venale, messer duca? Egli è impossibile!
—Io non sono un testardo che ha perduta la ragione, santo padre, per dire che non temo nè gli uomini, nè Iddio, continua Guiscardo senza occuparsi dell'atteggiamento del pontefice. Io ho senso abbastanza per comprendere che, se resto a Roma solamente alcune altre ore, mi sarà tagliata la ritirata, ed il mio esercito ed io corriamo pericolo di essere passati a fil di spada. Ecco tutto. Il popolo è ammutinato; è corso alle armi. La disperazione muta in eroi anche i poltroni. È ora di partire.
—Voi pensereste dunque?...