Gregorio VII lo aveva anteceduto di qualche mese.
III.
Vi lascia, e mesto e solo,
Senza più speme e con la morte in faccia
Va in altra parte di un sepolcro in traccia
Croneck.
Appena Gregorio toccò la terra dell'esilio sembrò avesse perduta tutta quella sua potente energia. Mandò suo legato in Lamagna Ottone vescovo di Ostia, in cui trasfuse i suoi principii ed i suoi poteri, e stette. Stette come torre sublime che sfida i secoli, e sfida gli uragani. Era stanco. Aveva fatto troppo sciupo delle sue forze morali; voleva riposarsi. Nè il desiderio gli mancò di riposarsi in Dio! Non già che intieramente non guardasse il presente. Novelle spiacevoli gli giungevano sempre da ogni verso, ed ei rifuggiva ormai da dolori, a cui non sapeva prestar rimedio—nemmeno quello della pazienza e della rassegnazione. Le cose attuali andavano male. I suoi grandi sforzi erano stati inutili; i suoi principii non prevalsi, e le sue parole non aveano fruttificato. Si compiaceva perciò contemplar meglio il passato; il passato che sì forte e sì glorioso era stato per lui! I due suoi più odiati nemici trionfavano. Enrico trionfava in Lamagna, Guiberto in Roma; nè alcuno rammentava più di lui, se non come un oggetto di spavento e di abbominio, che, dopo aver prodotti tanti mali, codardamente si era ritirato senza aver compiuta l'opera, senza aver combattuto sino alla fine. Ciò lo contristava; ciò aumentava quella cascaggine di membra che i dolori dello spirito avevano destata in lui e l'infievolivano ogni dì peggio. Ma egli comprendeva, per quella vasta mente che avea sì vasto disegno concepito, egli comprendeva che i tempi non lo propiziavano più, e che bastava aver ardito di seminare le sue dottrine, perchè altri secoli ed altri uomini le avrebbero maturate, avrebbero mietuti i frutti.
Inoltre chi non sa che il vigore dell'anima si accompagna sempre col vigore del corpo? E la fibra d'Ildebrando era usata con le pratiche di penitenza, a cui fin da fanciullo nei rigori del chiostro aveva dovuto piegarsi; usata dal lungo viaggiare per tutte le contrade di Europa; usata da quella malvagia passione che chiamasi studio—e lunghe e penose veglie egli aveva sopportate per addottrinarsi nella difficile scienza dei padri—e lenta una tisi o corporale o mentale con le notturne lucubrazioni nella macchina si insinua! Usata infine per le protratte tensioni dello spirito, per i dissapori che senza conto aveva sorbiti, per le gioie inaspettate, per gigantescamente concepire e vegliare che il disegno s'incarni, per le passioni indomite, selvaggie, ferrigne che si disputavano il suo cuore, per l'amara necessità di reprimere gl'impeti di un temperamento di bronzo, sì che Pietro Damiano lo chiamava il clavigero apostolo, per il tarlo inesorabile della coscienza che alcune sue azioni non sante gli riproduceva incessante, per il martirio infine dell'esilio che è il più crudele dei martirii. Ond'è che in sul finire di aprile del 1085 la lassezza era giunta a tale che non gli permise più levarsi da letto. Ebbe bene Costantino Africano, mandatogli da Roberto, a mettere in uso tutta la sua perizia. Il languore camminava a gran passi, e col languore la morte. Il suo principio vitale era consunto: la sua lampada brillava di luce vacillante.
Intorno a lui, senza mai darsi tregua nè mai per giorno o per notte pigliar riposo, si affaccendava un giovane paggio lasciatogli da Sigelgaita, che cure di figlio gli profondeva. Questo paggio, innanzi al mondo si chiamava Corrado ed era quegli appunto di Baccelardo, ma innanzi ad Ildebrando quel paggio era Guaidalmira—e tutta la misera storia di lei egli già conosceva! Ma che può fare l'amore quando il dito di Dio ha l'ora fatale designata, che può fare se non addolcirla e spargerla di fiori e di speranze!
Sul cominciare di maggio, Gregorio si sentiva ancora più male. Si convocò intorno quei pochi vescovi che ancora gli rimanevano fedeli, e che con lui dividevano il pane dell'esilio. E come costernati ed afflitti li vedeva a fargli corona, dal suo paggio e dal cardinale Ugo Candido, il quale aveva cercato riconciliarsi con lui sapendolo non lontano dal morire, si fe' sollevare alquanto sui guanciali, e per voce indebolita e lenta, col volto estenuato e cadaverico, con gli occhi incavernati, ma sempre lucidi e fieri, parlò:
—Diletti fratelli! L'ora mia è arrivata. Poco bene ho fatto quaggiù; ma in questo momento di morte mi consola il testimonio della coscienza, giammai avere agito contro il dettame di essa, ed il poter dire: Ho amata la giustizia, ho odiata l'iniquità.
—Ah! santo padre, in quali tempi difficili ed in quali triboli ci lasciate, dando in un dirotto pianto l'arcivescovo di Salerno sclamò.