—Confortatevi, fratelli, risponde Gregorio, fra breve sarò d'innanzi all'Eterno, e raccomanderò a lui i miei figli e la mia Chiesa. Confortatevi come i discepoli di Gesù si confortarono della sua morte. Avete detto che i tempi son difficili, e ben diceste. Perciò appunto rivestitevi della costanza degli apostoli, e brandendo la spada di Paolo, con la carità e con la forza spargete sulla terra le mie parole: perocchè, in vero vi dico, che le saranno messe di grandezza per la Chiesa e per i suoi sacerdoti, e di gloria sì per loro che pel Dio d'Israello.
—Oh! santo padre, chi ci reggerà dei suoi consigli, chi ci illuminerà con la sua sapienza dopo che voi sarete ritornato nelle gioie del Signore?
—Figliuoli miei, il mio testamento è di coraggio e di pazienza, continua Gregorio. Io ho dato cominciamento ad un'opera che richiede costanza, santità di costume, fiducia in Dio, vigore di mente e di braccio, e l'inflessibilità di non ismarrirsi per rovescio, non istancarsi per lavoro. Chi si sente forte e santo abbastanza pel cimento, concorra alla terribile dignità dell'apostolato. Io credo idonei già e maturi a tanto ministero, Ugo vescovo di Lione, Ottone vescovo di Ostia, e Desiderio abate di Montecassino.
—E noi no? l'interruppe Ugo Candido.
Gregorio finge non udirlo e prosegue:
—Iddio illuminerà coloro che tal capo dovranno eleggersi. Ora, figliuoli miei, andate. Io vi ho chiamati per darvi la mia estrema benedizione, e per chiedervi perdono se mai opera o parola mia vi avesse offesi e scandalizzati. Non occorre che voi perdiate maggior tempo intorno ad un vecchio, che nulla più può fare alla vigna del Signore e che picchia dei piedi la fossa. Andate, spargetevi per la terra, e soccorrete il debole, rialzate il caduto, ristorate il vacillante, edificate l'incredulo, e punite gli ostinati. Ma sopra tutto, i figli d'Italia persuadete che si leghino fra loro, e giogo di despoti e vituperio straniero non sopportino. Voi non avete più che farmi. Vi ringrazio delle cure che mi prodigaste; ma più che me, ora la Chiesa ha bisogno di voi. Andate, figliuoli, ed in nome del Padre, del Figliuolo e dello Spirito Santo vi benedico.
Tutti quei circostanti, caduti in ginocchio, gli baciano la mano, e bagnati da molte lagrime, ed oppressi da sincero dolore partono.
Non partì già Ugo Candido, non Guaidalmira.
Era il dì 25 maggio. Il languore di Gregorio toccava gli estremi, ed uno stravaso di linfa al petto ne rendeva difficile la respirazione, gli impossibilitava restare nel letto. Lo avevano perciò adagiato sovra gran seggiolone e collocato presso ad una finestra, perchè desiderava vedere l'ultima volta il sole che tramontava nella placida ed azzurra marina. La finestra gli gittava un'onda di luce dal petto alle gambe, ed imporporava la bianca tunica che lo covriva. Ma un rosone a vetri colorati, praticato sulla finestra stessa, dando passaggio ai raggi del sole, gli circondava la testa e la bianca barba di luce così viva e così varia, che, al contemplarlo da lontano, sembrava nuotasse in una conca d'iride, e scintillasse del fulgore celeste dei cherubini. Ai suoi piedi era genuflessa Guaidalmira, che, la fronte piegata nelle mani ed appoggiata allo sgabello dei piedi di lui, pregava, straziata da dolor muto. Da un lato del seggiolone, delle braccia conserte sul petto, in piedi ed immobile si vedeva il cardinale Ugo. Dall'altro lato un frate benedettino, cui, come e' disse, gli aveva mandato l'abate Desiderio per confessarlo. Questi teneva il cappuccio abbassato, sicchè la fronte e metà del volto covrivagli e stava del pari in piedi. Gregorio con una mano cercava la testa di Guaidalmira, con l'altra stringeva quella del frate. Già più non ci vedeva.
—Santo padre, voi dunque togliete la scomunica al re di Francia? dimandava il frate per voce soffocata forse dal dolore.