Egli però aveva fermo di espugnare la città e punire il pontefice. Prese i forti vicini, donde le sue guarnigioni molestavano i Romani, si fece ascrivere all'ordine del loro convento dai monaci della badia di Farfa, secondo antica consuetudine. Poi venute le caldure dell'estate, e cominciata a viziarsi l'aria per le maligne esalazioni delle paludi pontine, ritornò coi Tedeschi in Lombardia. Le truppe di cerna italiana restarono su pei poggi, circonstanti a Roma, dove le acque correnti rompevano l'aria e la tornavano men greve. Guiberto capitan generale dei regi rimase a Tivoli. Egli bloccava sempre Roma, catturando carriaggi di viveri che fornivano la città, predava e guastava il paese.

Intanto venne il gennaio del 1083. Enrico di armati e di macchine meglio fornito tornò all'assedio. Prima però di dar l'assalto volle fare tentativo di pace e mandò Baccelardo e Goffredo di Buglione parlamentari ai Romani.

Questi raccolsero il popolo nel Foro e, dirigendosi al prefetto della città ed al vescovo di Porto, mandato da Gregorio, dissero esser mente del re perdonare la fellonia ad un popolo che aveva chiuse le porte in faccia al suo signore, risparmiare la città, la vita, gli averi dei cittadini, dove si arrendessero a discrezione. Il vescovo di Porto interrompendo gli oratori rispose brutalmente:

—Ringraziate la vostra qualità di parlamentari se non vi facciamo tagliare a pezzi e vi gittiamo nella fossa della città. Ritornate all'eretico Enrico di Germania e ditegli, che egli non metterà giammai il piede in questa Roma santa, dove non ci venisse col volto strisciando nel fango, come a Canossa.

Ma il prefetto, che meglio conosceva lo stato a cui i cittadini eran ridotti, e la disposizione dell'animo loro, diede sulla voce al fiero prelato, e parlò:

—Tacetevi, uomo di sangue! I padroni della città siamo noi, ed a noi è diretta la nobile ambasceria. Sicchè, signori, noi rispondiamo all'imperatore Enrico, che noi non siamo mica rei di fellonia, perchè egli non è stato ancora unto imperadore dei Romani; che egli non si è presentato alle porte come patrizio di Roma, ma alla testa di un esercito come nemico; che egli, prima d'ora, non aveva palesata alcuna disposizione di pace. Per lo che manderemo adesso l'abate di Cluny ad intercedere Gregorio di togliere al re l'interdetto, e noi consulteremo come si debba riceverlo.

Inviarono infatti l'abate al pontefice. Gregorio però, udito come i Romani lo scongiurassero, rispose con modo freddo e secco, sì che impedì all'abate di replicare le instanze.

—Che Enrico si sottometta e l'assolverò.

Udita la risposta, i Romani si levarono a tumulto e molti sclamarono:

—Bruciamo dunque vivo questo brutale pontefice, e facciamo entrare il re.