Ma i nobili romani, che volevano innanzi patteggiare con Enrico, gli rimandarono i parlamentari, dichiarando, voler guarentigia che avrebbe salvo il pontefice, i privilegi della città, la vita e le possidenze ai nobili, le chiese dal sacco, e non sarebbe penetrato dentro ch'egli solo.
Alle quali parole, irritato Enrico, allora stesso fa dar nelle chiarine e dirige l'assalto. La città è investita da tutto il lato che guarda Toscana, chiamato città leonina. Le truppe della contessa Matilde, che l'occupavano, sono cacciate dalle mura, scalate malgrado la loro resistenza, volte in fuga ed uccise. Impadronitosi così dell'intiero sobborgo, Enrico vi rizza doppia trincea, construisce su monte Palazzo un torrione dal quale danneggiava grandemente i Romani, e si appresta a rinnovare l'attacco.
Spaventato allora Gregorio dal vedere che il nemico aveva già un piede dentro Roma, e che i cittadini tumultuavano, maledicendo il suo nome, attribuendogli la penuria, il guasto de' campi e della città, si ritira nel Castel Sant'Angelo, ed abbandona il popolo alle sue difese.
III.
Piegarono al primo assalto. Entra egli tra l'armi, para chi fugge: sgrida gli alfieri che i soldati romani voltino le spalle a canaglia. Pien di ferite, perduto un occhio, a viso innanzi si avventa tra le punte.
Tacito—Ann., 9.
Una mattina il capitano di castel Sant'Angelo si presenta a papa Gregorio, che dall'alto d'una torre guardava Roma. Il conte Oddo da Nemoli era stato allogato a quel posto dall'imperatore Enrico III, allorchè nel 1046 era sceso in Italia per cavar di scisma Roma e da Clemente II fu coronato. Oddo era un uomo sulla gloriosa taglia di Catone; semplice e libero nei modi e nella favella, severo ed incolpato nei costumi, di probità senza pari. Caldo della libera causa di Roma, avvegnachè qualche pontefice, Gregorio non escluso, lo avessero avuto in uggia, il municipal reggimento della città lo sostenne sempre alla custodia del castello. Gregorio mal lo soffriva perchè lo aveva scorto recarsi di pessima voglia ai suoi partiti. Non l'odiava però, nè lo disprezzava; perocchè infine Gregorio comprendeva assai bene ì nobili e generosi sentimenti. Anzi, ne' parecchi mesi che a Castel Sant'Angelo dimorò, gli pose affetto, considerando quanto quel povero conte si facesse violenza onde dimostrargli veneranza, in barba del suo carattere soldatesco, che pure soventi volte in lui riappariva. Oddo venne dunque a trovarlo in cima alla torre, ed avvicinandosi a lui, prima si fregò le mani alquanto, indi soffiando un cotal poco nella palma sinistra, se la fece strisciare lungo la faccia per d'innanzi il naso e la bocca, e levandola in aria, sclamò:
—Signor papa, consummatum est! Questa mattina ci batteremo il ventre come un tamburo di Saraceni.
—Vale a dire, ser castellano?
—Ah! parmi che io non parli latino! Ebbene, signor papa, in tutto il castello non ci è manco una chicca da dare a mangiare ad un bambino. Avete capito adesso?