—Questo è tutto, messere? E sia pure: staremo digiuni.
—Neh! fa il castellano facendo vivo sforzo per contenersi. Sappiate dunque, signor pontefice, che se voi ieri vi avete beccato quel residuo di ben di Dio che si trovava dentro, la guarnigione, i prigionieri ed io ci abbiamo rosicchiate le unghie al sole.
—Avete fatto malissimo, ser castellano, di mettere eccezione per me, lo riprende di voce seria Gregorio corrugando la fronte, rilevando altero lo sguardo e la testa. Avete fatto malissimo. L'ultimo pane che si rinveniva nella rocca dovevano mangiarlo i suoi difensori.
—E così pensava pur io, messer pontefice; ma poi... ma poi... Via! noi siamo più usi a queste carezze del nemico; ma voi, bravo vecchio...
—E quando mai mi avete saputo permaloso, ser castellano?
—Gli è vero, per la messa! ma che volete? ci è un bel tratto al postutto tra un pontefice ed un mariuolo di soldato, che quando fa orgia mangia per quattro dì, e sa ancora per quattro dì stare a stecchetto negli assedii. Non se ne parli più dunque. Consultiamo invece il quid agendum adesso.
—Non vi è d'uopo di consulte, risponde Gregorio riprendendo la sua grande calma. Quanti uomini di guarnigione sono nel castello?
—Cento cinquanta, oltre i cinquanta del presidio consueto. E posso accertarvi che valgono dugento demonii. Sono avanzo dei soldati di Leone IX.
—Quanti prigionieri?
—Due vescovi, tre diaconi ed una donna. Ildebrando gitta un sospiro. Poi dimanda: