—Ma voi, riprende l'imperatore, voi arcivescovi di Magonza e di Colonia, voi che ci accusate di aver vendute le dignità ecclesiastiche, voi, vescovo di Worms, diteci almeno quale è stato il prezzo che abbiamo ricavato da voi, quando v'investimmo delle chiese più opulenti e più possenti del nostro impero? Dite, parlate dunque, ripetete qui al nostro cospetto, al cospetto del vostro sovrano e del vostro benefattore, ripetete le calunnie che avete vomitate nella dieta, fateci arrossire, per Dio; e noi diremo che giusto è il decreto dei principi, dovuta la deposizione. Ebbene, voi tacete? ecco, ecco che cosa sono le vostre accuse, vituperati! Ma se vi è forza convenire e confessare che da voi nulla abbiamo dimandato, dite, per Dio, dite perchè voi vi siete accoppiati ai nostri detrattori, mentre la vostra coscienza vi rammentava che, verso di voi almeno, noi ci eravamo conformati ai nostri doveri? Perchè vi siete voi congiunti a coloro che hanno forfatto alla loro fede, ed al giuramento al loro principe? Perchè vi mettete voi alla loro testa?

Alcuno di quei prelati, non rispondendo, e vedendoli Enrico col capo chino, arrossire e confondersi, continuò:

—Fate bene a tacere, vi salverete almeno così dall'onta dell'impudenza. Ma pazientate ancora qualche giorno, attendete il termine naturale della nostra vita, perchè la nostra età e le nostre pene indicano troppo non dover esser lontano. Ovvero, se vi piace e vi torna levarci il regno, fissate almeno il giorno nel quale, con le nostre proprie mani, caveremo della nostra testa canuta la corona e ne orneremo quella di nostro figlio.

—Enrico, scoppia infine l'arcivescovo di Magonza, noi non siamo venuti qui per teco garrir di parole, nè altra ne diremo con uno scomunicato, con un principe che ha desolato il paese da Dio commessogli a governare. Se di tuo piacimento non ti presti a darci gli ornamenti imperiali, noi te li strapperemo per forza, dovessimo con essi strapparti la pelle e la vita; perchè di quest'ordine siamo stati incaricati.

A questo duro favellare, Enrico guarda in fronte con un misto di sdegno e di disprezzo l'altero prelato, poi sclama:

—Codardo!

E senza aggiunger altro, esce dalla sala. Avendo però preso consiglio dal piccolo numero d'amici che gli rimanevano ancora vicino, e vedendo che lo circondavano uomini d'armi molti e risoluti, e che per allora ogni atto di resistenza riusciva impossibile, si fece apportare gli ornamenti ed il mantello reale, poi salì sul trono, e comandò si chiamassero i prelati.

—Eccole, egli disse, queste divise di dignità reale che la volontà unanime dei principi dello Stato e la bontà del re dei secoli ci avevano concesse. Noi non impiegheremo la forza per difenderle: perocchè non avevamo mai preveduto tradimento domestico, nè contro di esso ci eravamo messi in guardia. Mercè al cielo che ci accordò il favore di non mai sospettare tanto furore presso i nostri amici, tanta empietà nei nostri figli! Nondimeno, con l'aiuto di Dio, il vostro pudore difenderà forse ancora la nostra corona. Ma se voi, al contrario, siete insensibili al timore di Dio che protegge i re, ed alla perdita del vostro onore, noi sopporteremo dalle vostre mani una violenza che punto non abbiamo mezzi di respingere.

A questo discorso i deputati esitano. Ma l'arcivescovo di Magonza, vedendo che i suoi colleghi s'infievolivano, e davano adito a più nobili sentimenti e forse a pietà, grida come forsennato:

—Perchè bilanciate voi? Non siamo noi forse coloro a cui si appartiene consacrare i re ed onorarli della porpora? Ebbene, se per cattiva scelta un dì ne abbiamo rivestito costui, oggi, ravveduti, a noi si conviene spogliarnelo.