—Aspettatemi qui, disse il barone, infrattanto Carlo vi servirà da asciolvere. Verremo a prendervi.
—No, rispose Bambina. Bisogna che io ritorni in casa per l'ultima volta, poichè siete sicuro di procurarmi un ricovero. Ho della biancheria da prendere; ho una lettera da scrivere. Poi, ritornerò.
Bambina partì. Il barone uscì, guardando Carlo in certo modo e mettendo l'indice della sua mano a traverso le labbra per significare: Silenzio!
Bambina rientrò. Suo fratello non vi era. Ella fece un piccolo fagotto di biancheria, poi scrisse le linee seguenti:
«Caro fratello, non essere inquieto della mia sorte, nè fare delle ricerche per trovarmi. Io ritornerò quando la bufera sarà calma. Io non ho collera contro di te. Perdonami. Che nostra madre sorvegli dall'alto dei cieli i nostri passi in questo deserto; ch'ella addolcisca i tuoi cordogli e secchi le tue lagrime. Addio… no, a rivederci presto, caro, caro fratello. Perdonami, se per la prima volta in mia vita io ho dubitato di te. Tu sei malato. La vertigine ti porta negli spazi del male. A rivederci;… a bentosto… Bambina.»
Bambina suggellò la lettera e la collocò bene in vista sulla tavola. Ella poggiò le sue labbra sul suggello e la carta sul cuore. Le sue mani tremavano. Le sue gambe barcollavano. I suoi occhi erano ripieni di grosse lagrime che si gonfiavano, si spandevano e non colavano.
Ella entrò nella camera di suo fratello ed abbracciò gli origlieri del suo letto confidenti di tante ansietà, di tante agonie. E la accomodò il letto, i mobili, riempì la brocca, preparò le pantofole, la vecchia giubba che gli serviva di veste da camera, cucì un bottone ad una camicia. Poi fece il giro dell'appartamento. Il suo cuore se ne volava fibra a fibra. Per la seconda volta ella abbandonava quella sacra cosa che chiamasi il focolare domestico. Quell'orribile luogo le sembrava quasi una residenza reale. Tutto le ricordava la presenza di suo fratello, il quale, per lei, era tutto. Al di là di quella soglia l'incognito, la solitudine! Diciotto anni di vita si sbarbicavano dal suo cuore, svellendosi da quella casa. Che diventerà egli, il povero uomo abbandonato! Che diventerà anch'ella, questa povera foglia svelta dalla sua quercia natia? Questa cucina senza fuoco! questa dispensa, vuota! Questo fosco eterno! Questo spazio senza eco! Egli non vivrà più che di pan secco. La polvere lo soffocherà. Nessuno che attenda al suo ritorno e medichi le sue ferite. Che vuoto immenso! Che silenzio solitario ed interminabile!
Ella chiuse la porta della camera da letto per non più guardarvi dentro. Eccola nell'anticamera. Ancora uno sguardo Una lagrima ancora. E la mise al suo posto una sedia, che poteva urtarlo, se rientrava al buio. La sua mano era al lucchetto. Un passo indietro. Un momento d'esitazione suprema. Uno sforzo sublime. La porta si apre. La porta è chiusa. Ella è fuori. Più nulla! Nulla più! Sola! Dove va dessa? Ella si ferma. Rientriamo, sì rientriamo. No. Uno sforzo disperato. Ella discende precipitosamente le scale ed eccola nelle strade.
Un'ora dopo, assisa nell'elegante carrozza del marchese di Tregle, questi a lato di lei, il barone di Sanza in faccia, i cristalli della carrozza chiusi, traversarono la strada di Toledo, il largo Mercatello, la salita degli Studi, l'Infrascata, Tarsia, e si diressero al Vomero alla villa Belvedere.
Che cosa divina il cielo azzurro di quel paese! Che primavera radiante! Che epopea canta la natura sotto i baci dell'amore! Che ville, che fiori, uccelli, insetti iridati, brezze imbalsamate, mare di cobalto! quante memorie solcano quel golfo!…. E l'uomo?